- Dalla pagina su Mitski di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Pierluigi Napoli)

La singer-songwriter Mitski Miyawaki, nata in Giappone, ha debuttato con raccolte di canzoni orchestrali principalmente guidate dal piano, mentre era ancora studentessa nella parte nord di New York. Il mini album di otto canzoni Lush (2012) rievoca le crooner sofisticate e intellettuali dei decenni precedenti (del calibro di Joni Mitchell e Kate Bush) con la jazzata Liquid Smooth, la bluesy Bag of Bones, l’austero lied al piano di Wife, la psicoanalisi ipnotica di Pearl Diver. Invece, il vaudeville in stile Randy Newman di Real Men e l’hard-rock e dissonante Brand New City mostrano ambizioni maggiori.

La tavolozza stilistica di Retired from Sad - New Career in Business (2013), un’altra concisa raccolta (undici brani in meno di 30 minuti), e’ abbastanza ampia, variando da Goodbye My Danish Sweetheart, che richiama il prog-rock degli anni ’70 in stile Art Bears, a Strawberry Blond, un gioviale girotondo che ricorda il revival folk degli anni ‘60. Il sinistro lied da camera Square rappresenta un equilibrio di generi tra i due, e Shame mostra il massimo potenziale dell’idea: un’ode post-Bjork-iana all’interno di un accompagnamento da camera che e’ cinematico e quasi dissonante. Elegie al piano come I Want You e Because Dreaming Costs Money My Dear (influenzate dalla musica di Pachelbel e di Bach) emanano una tranquilla ma profonda tristezza, anche se Class of 2013 si eleva su un tono quasi provocatorio.

Dopo la laurea Mitski svolta verso un rock guidato dalla chitarra su Bury Me at Makeout Creek (Dead Oceans, 2014), un album sul quale sembra riscoprire le singer-songwriter femminili degli anni ‘90, come Sheryl Crow, Liz Phair e Juliana Hatfield. Il suo tema della "morte dell’innocenza" è adesso più estroverso: il lamento country Texas Reznikoff improvvisamente esplode in un maniaco singalong martellante, Drunk Walk Home è quasi punk-rock, e l’orecchiabile Townie è un vero e proprio boogie ardente da saloon. La sua fragilità sta avendo un risvolto violento. D’altra parte, l’inno da cuore infranto First Love/Late Spring è un ibrido tra il dolce folk-rock e le romantiche ye-ye girls francesi degli anni ‘60, e Francis Forever è una ninnanana molto nella vena di quest’ultima. Abbina quel tono nostalgicamente ingenuo con una chitarra in stile Nirvana in Francis Forever (un altro picco melodico), e I Don't Smoke sposa la chitarra distorta del doom-metal con il canto austero di un madrigale rinascimentale. I momenti migliori dei testi sono ancora al minimo: Carry Me Out, un crescendo che va dall’appena sussurrato al singalong corale, e Last Words of a Shooting Star per sola chitarra acustica.

Il produttore e multistrumentista Patrick Hyland stravolge le sue canzoni su Puberty 2 (Dead Oceans, 2016), a partire con i battiti industriali e sassofoni di Happy e con la lenta danza glitch di Thursday Girl. Il suo alter-ego "rock" brilla in pezzi più aggressivi: Your Best American Girl, il suo brano di successo, stende un ponte tra slowcore e shoegazing, My Body's Made of Crushed Little Stars è un’invettiva di strada caoticamente rumorosa in stile punk, degna del grande folle David Peel, e A Loving Feeling vanta i ritornelli orecchiabili e il chiassoso garage-rock dei girl group di Phil Spector. A metà strada verso quell’obiettivo, crea una ballata orchestrale elegante in Fireworks, ma, ancora piu’ importante, aggiunge poi un tocco psichedelico ipnotico al formato con I Bet on Losing Dogs, e lo avvolge in frasi d’organo atmosferiche in Crack Baby. La sua ansia e depressione permeano soprattutto Once More to See You, ispirato alle ninnananne sognanti dei teen idol degli anni ‘60, e in particolare la semplice elegia folk A Burning Hill ("I am a forest fire/ And I am the fire and I am the forest/ And I am a witness watching it/ I stand in a valley watching it/ And you are not there at all").

Patrick Hyland esagera un po’ sul grossolanamente arrangiato Be the Cowboy (Dead Oceans, 2018), un album che confeziona 14 canzoni in 32 minuti. L’effetto è talvolta di banalizzare la solitudine e il cuore infranto, per esempio nella pomposa Geyser, nel dance-pop di Why Didn't You Stop Me, nel vivace singalong Washing Machine Heart (un beat forte abbinato con un sintetizzatore vintage), nel persino più ballabile singolo Nobody (chitarra funky febbrile e beat disco costante), e nell’impennata operistica A Pearl, forse il momento più teatrale. D’altra parte, i pezzi più introversi, a cominciare dal pop orchestrale emotivo di Pink in the Night e il lamento country Lonesome Love, suonano meno affascinanti dei loro predecessori. Il bugglegum pop di Me and My Husband, il carillon folk di Old Friend e la eterea Blue Light insistono un po’ troppo nel far sembrare divertente la sua infelicita’. Two Slow Dancers ritorna al pop da camera dei suoi primi due album, A Horse Named Cold Air è una solenne elegia al piano degna del suo primo album.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Laurel Hell (2022) è incentrato principalmente sul revival del synth-pop. Working for the Knife, The Only Heartbreaker, Love Me More e Should've Been Me evocano Eurythmics, Depeche Mode, Pet Shop Boys e persino Abba.
Tuttavia le vere gemme sono l'impennato dream-pop orchestrale di Valentine Texas e soprattutto l'elegia funebre e marziale Heat Lightning.

The Land Is Inhospitable and So Are We (2023) contiene il successo My Love Mine All Mine e poco altro degno di nota.


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