- Dalla pagina sui Moin di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il trio inglese Moin (Joe Andrews, Tom Halstead, Valentina Magaletti) si muove sul confine tra post-rock, hardcore, minimalismo ed elettronica glitch in Moot (2021), un album prevalentemente strumentale (a parte alcune fastidiose recitazioni parlate). La loro è un'arte post-dada di loop e collage che lascia i brani intenzionalmente incompiuti, incompleti, privi di passione o scopo. I riff hard rock ripetitivi di Crappy Dreams Count e An Utter Stink non rilasciano mai l'energia incombente. L'inquietante Lungs, il paesaggio sonoro spasmodico e pieno di suspense di Right Is Alright Wrong Is to Belong e soprattutto l'ultra-sottile funk-rock di Don't Make Me Wait sono saggi psicologici tanto quanto dimostrazioni musicali.

La musica di Paste (2022) è (intenzionalmente) l'opposto di "articolato". Le canzoni lottano, affondano in sabbie mobili invisibili, ansimano e brancolano nel buio. Girano in cerchi senza meta, come in Life Choices. Nella migliore delle ipotesi, evocano psicodrammi dissonanti a fuoco lento, come in Yep Yep. Il momento più affascinante arriva quando la decostruzione si spinge troppo oltre, in In a Tizzy, e lascia dietro di sé solo lo scheletro di una canzone. La recitazione rimane comunque un "ostacolo".


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