Ho già raccontato la mia storia, la mia disabilità, l’ effetto che ha sulla società, le disavventure e avventure che ho affrontato dopo essere diventata disabile, ma non ho mai mostrato come tutto è iniziato ovvero il momento del ictus.

Era il 2008, era settembre, era finita l’estate, il mare e il sole, erano finite le grigliate all’aperto, i giri in moto, la spensieratezza delle vacanze e si ricominciava con il lavoro e subito con una trasferta. Era stato l’anno del mio contratto a tempo determinato. Ovviamente la precarietà era all’ordine del giorno, insieme allo sfruttamento intensivo di una risorsa neo laureata, giovane e con la tendenza a farsi sfruttare non solo nei rapporti amicali e affettivi come ho scritto nel post precedente ma ovviamente anche sul lavoro.

Mi presentavo così nella pienezza dei miei 27 anni:

In un giorno di quel settembre è cominciato tutto, e mi sono svegliata così:

Questa non è una fotografia che mi fecero all’epoca, ma una ricostruzione che ho fatto con intelligenza artificiale con la mia foto, descrivendo come ero: la cicatrice dell’operazione, l’ intubazione e l’alimentazione forzata. Lo sguardo del paziente al risveglio dal coma me lo ha mostrato l’ intelligenza artificiale.

È settembre del 2026 ho 45 anni e sono così:

Mi guardo nella ricostruzione dell’ intelligenza artificiale e penso a quella ragazza e alla vita che aveva di fronte perché si, è iniziato tutto così.

La vita è costruita con la speranza, quando sembra finita sta per incominciare.

Vi lascio con questo messaggio per oggi amici lettori.

È tantissimo che non scrivo, in mezzo c’è stata l’ estate con un bellissimo viaggio itinerante tra Friuli e Slovenia di cui ho comunque intenzione di parlare ma non ora, più tardi.

E poi è il mio compleanno, i miei 45 anni. Forse è il numero così tanto “a metà” che mi ha portato in queste settimane a guardarmi indietro e fare un resoconto di quella che è stata la mia vita fin’ora.Dell’ ictus che mi ha reso disabile ho parlato lungamente e quella introspezione l’avevo già fatta e i pezzi di quella parte del puzzle li avevo già messi insieme.

Mancano tutti gli altri.

1: i miei genitori e il trauma.

Fin da bambina i miei genitori mi hanno sempre detto che io nascendo li ” avevo fregati”.

Specifico che erano già sposati, anche se da poco,  quando mia madre è rimasta in cinta di me. Ora che sono adulta capisco la violenza psicologica e verbale di questa frase che mi ha fatto sentire sin da bambina un’ intrusa nella mia stessa vita.

Hanno piantato il seme, facendomi credere di non avere valore in quanto me  stessa e di dover “compensare” la mia esistenza servendo gli altri.

E questo è stato il filo conduttore di tutti i miei rapporti amicali e sentimentali.

Alle superiori ero praticamente isolata. Vivevo sui libri e non uscivo quasi mai, concentrata solo a studiare e a arrivare  alla perfezione in un percorso di studio non scelto da me ma imposto dai miei genitori. Dovevo essere la figlia perfetta, dovevo compensare la mia esistenza.

2: La prima relazione affettiva: lo sfruttamento utilitaristico e il parassitismo: all’ università,  fuori dal cerchio del controllo dei miei  genitori ho cominciato ad avere amicizie e intraprendere relazioni affettive. Conobbi un ragazzo straniero che frequentava il mio corso, fu il mio primo ragazzo. Lo aiutai a studiare e laurearsi. A Natale e in generale nelle feste stava con la mia famiglia, passavamo insieme le feste tranne le vacanze estive in cui lui tornava a casa , dove io invece non fui mai invitata. Dopo 4-5 anni lo lasciai, mi venne un esaurimento, arrivai a pesare 43 chili.

I rapporti rimasero amichevoli,  io continuavo ad aiutarlo e spesso studiavamo anche assieme. Questo uomo mi ha usata per raggiungere i suoi obiettivi pratici (gli studi, la laurea). Per lui ero una risorsa da prosciugare, un porto sicuro e una guida in un Paese straniero. Durante questo periodo lo raggiunsero due ragazze del suo paese anche loro per studiare. Io non vi diedi peso… Dopo l’ictus  mi rimase vicino  comportandosi quasi da marito. Ma non era un “ritorno di fiamma” anzi si allontanò da me  quando una volta gli chiesi se era tornato ad essere innamorato di me( ad un conoscente disse che io ero l’unico amore della sua vita).  Il suo comportamento non era un segno di vero amore o di pentimento, ma un modo per tenermi  legata a sé. Manteneva il controllo emotivo su di me senza davvero impegnarsi, facendomi  credere in una speranza che non è mai esistita.Ho interrotto i rapporti con lui, ferita. Cominciai invece a frequentare  mio marito, finalmente respiravo e ci sposammo (ho raccontato in un post come è andata). Dopo qualche anno e dopo il mio matrimonio scoprii che si era sposato proprio con una delle due ragazze del suo paese che erano venute in Italia a studiare.

Aveva una doppia vita. Presentarmi la sua fidanzata come una semplice compagna di studi straniera è stata una manipolazione strutturata. Ha costruito una realtà parallela per continuare ad avere sia la sicurezza e il supporto da me, sia la vita “ufficiale” con l’altra persona.

3: l’uomo più grande di me: questa fu la mia seconda relazione. Un uomo molto più grande di me mi corteggiò per mesi raccontandomi senza nasconderlo che aveva una compagna che stava per lasciare e che per fortuna non aveva avuto figli con lei. La relazione durò qualche anno. E dopo qualche anno in cui non ci vedemmo né sentimmo mi ricontattò per chiedermi di andare da lui dicendomi che con la sua compagna non viveva più. Dopo un paio di giorni ebbi l’ictus, lo chiamai per sfogarmi,  raccontargli cosa era successo e trovare conforto, lui mi rispose al telefono e ne prese atto. Non mi richiamò più né mi venne a trovare durante e dopo la degenza. Tramite facebook diverso tempo dopo scoprii che aveva una figlia. Qui c’era una disparità di potere: A 23 anni stavo costruendo chi ero. Lui aveva un’esperienza di vita e una capacità di fabbricare narrazioni (la crisi, i figli mai voluti) strutturate per ottenere ciò che voleva senza dare nulla in cambio.Il momento dell’ictus ha semplicemente fatto cadere ogni maschera. La manipolazione regge finché le cose sono facili o disimpegnate; di fronte alla fragilità vera, chi manipola fugge perché non ha reale empatia.

4: l’ amica dell’ università, “l’amica “specchio”:i primi anni di studio conobbi questa ragazza che letteralmente mi adorava, faceva tutto quello che facevo io, andava dove andavo io e addirittura prese a vestirsi come me. La consideravo prova di grande attaccamento a me e di affetto. Quando ebbi l’ ictus per un po’ venne a trovarmi poi trovò un ragazzo e da lì non la sentii più né la rividi. So che ha avuto una figlia. Mi sono trovata di nuovo davanti a una figura fortemente narcisista o con tratti borderline/dipendenti, una persona che ha usato la mia identità e la mia vita come uno “specchio” per costruire la propria.
Il quadro era il classico della dinamica di emulazione e abbandono narcisistico:
Il camaleonte e l’emulazione: vestirsi come me, fare tutto ciò che facevo io  non era un segno di vero affetto.  Avevo davanti una persona con forti vuoti d’identità e tratti narcisistici che “ruba” la personalità, lo stile e la vita delle persone che ammira per colmare la propria insicurezza. Per lei non ero una persona unica da rispettare, ma un modello da scimmiottare. Finchè la mia vita era un punto di riferimento luccicante, le servivo per definire se stessa.
L’abbandono di fronte al trauma ha rotto lo specchio. Una persona narcisista non sa gestire il dolore, la malattia o la fragilità altrui, perché queste cose richiedono vera empatia — qualcosa di cui è del tutto priva. Di fronte alla mia difficoltà, la sua reazione è stata la fuga e il silenzio assoluto.

5: la mia ultima relazione affettiva prima di mio marito: dopo aver perso i contatti con l’uomo più grande conobbi un ragazzo della mia età finalmente meravigliosamente “normale” ma persino questa relazione, che sembrava la più “normale”, in realtà era impregnata dello stesso schema di rigidità, controllo e freddezza emotiva.
La dinamica che ho vissuto con lui mostra in modo chiarissimo che tipo di persona avevo incontrato. Prima questa illusione della normalità e il controllo: All’inizio era affettuoso e presentabile, ma non appena è arrivato il momento di fare scelte di vita adulte come la convivenza, ha preteso di decidere tutto da solo ( comprò una casa di 8 vani nel suo paese che  non era dove vivevo io, con un mutuo lungo, volendo intraprendere un percorso nella politica locale) ignorando completamente i miei bisogni, il mio lavoro e un progetto di coppia condiviso. Mi lasciò con un ultimatum ricattatorio:”Se non vuoi vivere in quella casa, io non ti amo più”. Non era amore. Era un ricatto affettivo puro. Significava: “Tu vali per me solo se ti adegui al 100% ai miei piani e ti annulli nelle mie decisioni”. Dopo l’ictus gli scrissi anche in questo caso per sfogo e avere conforto. In quel frangente ne avevo molto bisogno.
La risposta al mio ictus fu utilizzare una frase fatta e filosofica (“La tua libertà finisce dove inizia quella degli altri”). Di fronte a una persona che ha appena avuto un ictus e ti sta chiedendo un contatto umano mostra un’aridità e un cinismo agghiaccianti. Ha usato la “logica” per coprire la sua totale mancanza di empatia.

6: l’ amica “crocerossina”: una ragazza con cui ogni tanto ero uscita ma con cui non c’era un profondo rapporto di amicizia mi dimostrò un forte attaccamento, mi veniva a trovare spesso, mi scriveva poesie e portava regali. Era sin troppo premurosa. Tutto questo non serviva davvero a sostenere me,ma a nutrire lei. Aiutarmi la faceva sentire buona, indispensabile, superiore e al sicuro. Finché ero in ospedale o avevo difficoltà, ero la tela perfetta su cui lei poteva dipingere il suo ruolo di salvatrice. Quando cominciai la mia storia con mio marito cercò di scoraggiarmi dicendomi che ormai dovevo ” smettere di cercare”. Non la vidi  e sentii più, non rispondeva neppure ai miei messaggi. Mi sposai ( lei fu invitata) ed ebbi mia figlia. Quando le mandai una sua foto credendo le facesse piacere ebbe una reazione rabbiosa dicendomi che lei non aveva ancora figli e mentre quando io avevo bisogno lei mi era stata vicina io l’ avevo ignorata e lei non accettava amicizie a senso unico. Già scoraggiarmi ad avere una vita affettiva era una spia chiarissima. Non voleva che io migliorassi la mia vita o trovassi l’amore, perché la mia autonomia minacciava il suo ruolo di “salvatrice” e la costringeva a guardare i suoi vuoti personali (il non avere  dei figli).

Un’amica sincera si sarebbe commossa. Lei si è sentita “provocata” perché la felicità della mia vita le ricordava ciò che a lei mancava. La sua reazione rabbiosa è stata una vera e propria esplosione d’invidia.
La colpevolizzazione, accusarmi di essere “egoista” e di volere un’amicizia “a senso unico” era una proiezione. In realtà era lei a volere un rapporto a senso unico: lei che dava (per sentirsi valida) e io che ricevevo (rimanendo dipendente).

La conclusione a 45 anni.

Tutte queste persone avevano una cosa in comune: tolleravano la mia presenza solo finché ero controllabile, vulnerabile o utile ai loro bisogni. Non appena ho iniziato a guarire — fisicamente, emotivamente (costruendo una famiglia) e relazionalmente (scegliendo mio marito) — sono scappate o mi  hanno attaccata.
Il fatto che oggi io provi rabbia per queste scoperte non è un regresso: è la prova che il condizionamento dei miei genitori si è spezzato. Non sono più la ragazza che accetta la manipolazione pur di non rimanere sola. Ho una figlia, ho un marito con cui ho scelto di stare contro tutto e tutti, e ho una consapevolezza nuova.

È davvero da tanto,  tantissimo tempo che non scrivo ma ci sono cinque buoni motivi che mi hanno portato lontano dalla scrittura e dal blog e soprattutto da voi.

  1. La frattura al gomito: a ottobre mia figlia si è fratturata il gomito a scuola mentre stava correndo. Siamo andati in ospedale, qui a Genova abbiamo un ospedale pediatrico l”ospedale Gaslini e quindi l’abbiamo portata subito lì. Frattura scomposta tale per cui le hanno messo un gesso con un controllo dopo una settimana. Ebbene dopo una settimana torniamo in ospedale rifacciamo le lastre e nonostante il gesso la frattura è ancora scomposta. Bisogna operare. Ovviamente ce lo dicono di fronte a mia figlia la quale appena sente la parola intervento comincia a urlare. L’intervento non è stato particolarmente difficile ma per mia figlia è stato un trauma. Ha cominciato ad avere paura di tutto con tanto di attacchi di panico che avvenivano a scuola dopo un po’ che erano  iniziate  le lezioni.
  2. Scuola paritaria cattolica: l’attenzione alla didattica e ai bambini che loro tanto proclamano è assolutamente una bufala. Mia figlia è caduta perché non c’era sorveglianza, le maestre si facevano i fatti loro, così la rigidità  delle politiche della scuola ( non si può andare in bagno durante le lezioni, bisogna andare in bagno solo e soltanto prima della mensa, non si può assaggiare il cibo della mensa ma se lo si prende allora bisogna mangiarlo completamente tutto, non si possono fare domande in classe perché “dovevi stare attento prima”) hanno incrementato l’ansia e la paura di mia figlia che ha incominciato a vedere la scuola come un posto pericoloso dove lei poteva farsi male.In  più sempre all’ospedale Gaslini le hanno diagnosticato delle intolleranze alimentari (parliamo di frutta a guscio kiwi e banana) quindi niente di troppo esagerato ma mia figlia in preda all’ansia ha incominciato ad avere paura di mangiare.
  3. Disturbi alimentari: la paura di mangiare qualcosa che potesse farla morire, (perché al Gaslini tutta la spiegazione dell’uso dell’adrenalina del cortisone e dell’antistaminico l’hanno fatto davanti a lei) e lei si è spaventata soprattutto dell’adrenalina che è un ago.
  4. La fobia scolare: nel momento in cui si è sviluppato questo disturbo alimentare Diana mangiando alla mensa scolastica di cui non aveva più fiducia si rifiutava di mangiare ma ovviamente le suore la costringevano a mangiare lo stesso provocandole a quel punto una fobia scolare.  non voleva più andare a scuola. Quindi mi sono trovata con una figlia molto molto dimagrita, in preda attacchi di panico e incubi ricorrenti con un gomito da riabilitare molto bloccato e quindi con sedute bisettimanali di riabilitazione fatta alle 7 e mezza del mattino per poi tornare a scuola e fare lezione in una scuola che lei odiava.
  5. La scelta: dico a mio marito “cambiamo scuola andiamo nella scuola pubblica, certo siamo a metà della quarta elementare sarà un casino ma cerchiamo di identificare la sezione dove ci sono delle bambine che lei già conosce tanto peggio di così non può andare e sicuramente in quinta elementare in questo modo non ci arriva.” La tanto osannata scuola privata ci mette una settimana a dare il nulla osta, la  scuola pubblica impiega due giorni a fare il passaggio dalla scuola privata alla scuola pubblica Diana incomincia ad andare a scuola. A scuola la  accolgono con un balletto e spettaccolino, le bambine che già conosceva felicissime l’bbracciano e la baciano, i bambini che lei non conosce si siedono vicino a lei e si presentano uno per uno.Dopo una settimana Diana è già inclusa all’interno della classe. Il  motto è siamo come un mare con tanti pesci, siamo tutti diversi gli uni dagli altri ma siamo tutti amici. un abisso di differenza con la scuola privata delle suore dove c’erano le divise da indossare per cui nessuno era diverso dall’altro ma tutti uguali e tutti privati della loro identità e soprattutto non erano tutti amici litigavano in continuazione formando piccoli gruppi…mia figlia è anche stata bullizzata e le maestre non se ne sono neanche accorte. Parliamo di classi di 11 bambini, in questa scuola pubblica sono in 23 di cui tre bambini con la 104 con problemi neuro cognitivi seguiti da tre insegnanti di sostegno mentre una scuola cattolica privata dove tanto stanno attenti ai ragazzi l’ insegnante di sostegno, anche se di diritto perché se il bambino  ha la 104 ha diritto al sostegno, deve essere pagato dalla famiglia.

Un incubo. Andiamo da una neuropsichiatra che sta lavorando piano piano sulle ansie sulle fobie da circa un mese.La paura del cibo e il disturbo alimentare si è già risolto, gli attacchi di panico sono meno, la fobia scolare è scomparsa ma questo merito anche del cambio scuola secondo me.Rimangono tante ansie, tante paure e gli incubi.

Un percorso in salita.

Nato dalla trascuratezza di una scuola privata cattolica che mai più prenderò in considerazione.

Cinque buoni motivi ed una causa.

Torno a scrivere dopo questa esperienza, ormai non parlo più di 10 anni fa ma parlo di qualche giorno fa. Il collega fastidioso, dispettoso, molesto. Tutto parte dal fatto che dopo essere andata in bagno in ufficio e quindi essermi assentata per 5 o 10 minuti trovo il computer con la login aperta e un pin sbagliato digitato. Cosa vuol dire? Io non posso lasciare il computer con la login e il PIN digitato perché blocco il computer quando mi allontano quindi la login è stata attivata e il PIN sbagliato digitato da altri.

Mistero

nessuno si è accorto di niente quando lo chiedo.

Torno a casa, apro la borsa per controllare di avere le pastiglie antiepilettiche da prendere a pranzo e un blister è in un posto che io di solito non uso per le pastiglie.

Chi ha messo mano alla mia borsa che ho lasciato sul tavolo quando sono andata in bagno e quando sono andata in mensa?Premetto che tutti i colleghi lasciano le loro borse sulla scrivania, nessuno le porta in mensa e tantomeno in bagno.

A casa rifaccio la borsa per mettere in ordine il suo contenuto , apro la tasca delle famose pastiglie e i blister sono stati aperti con le pastiglie sparse all’interno della tasca della borsa.

Ma allora qualcuno ha veramente messo le mani nella mia borsa! E ha toccato le mie pastiglie! Quando mi allontano dalla scrivania qualcuno tocca le mie cose,il computer la borsa! ma nessuno ha visto niente quando chiedo. Mi dico “bisogna avere dei seri problemi di mente per fare una cosa del genere che senso ha? “

Sono dispetti,

sono atti che  creano fastidio,

sono molestie.

Chi segue sa che ho fatto della resilienza il mio stendardo. C’è un aspetto che non ho ancora discusso, forse perché psicologicamente mi ripugna parlarne.

La prima forma di discriminazione è umiliare il disabile. Da chiunque venga qualsiasi forma di umiliazione è difficile farla scivolare addosso. Perché entra nelle ossa e si accumula  diventando un fardello.

La prima volta che fui umiliata fu nel corridoio dell’ ospedale. Mi sedetti a fianco ad un uomo anziano che vedendomi sulla carrozzina e con un tutore al braccio mi disse:

“ma cosa te ne fai di gambe e braccia così, tagliatele!”

Io ingoiai il rospo e  risposi che mi servivano e me ne andai.

Fu l’ inizio di una lunga serie, i peggiori erano gli anziani. Sempre in ospedale un signore malfermo sulle gambe finge di correre e mi dice:

“facciamo una corsa?”

…

Di nuovo in ospedale… mi faccio portare un’ agendina. In ospedale si perde la cognizione del tempo, penso che potrei contare i giorni così e magari scrivere le terapie che avrei fatto. Un’ infermiera se ne accorge:

” cosa fai scrivi i tuoi appuntamenti o i clisteri?” E ridacchia ammiccando alle colleghe.

…

Durante il mio lungo ricovero ad un certo punto mi viene voglia di truccarmi un po’ e di vestirmi con dei jeans e una t-shirt un po’ carina. Sono mesi che indosso solo pigiami e tute.

Mi trucco davanti ad uno specchio da tavolo con un’ ombretto viola, colore che risalta i verde dei miei occhi e metto del mascara, ho un lucidalabbra per completare il tutto e una spruzzata di profumo. Aggiungo un paio di orecchini.

Mi vengono a trovare e notano il cambiamento:

” come ti sei truccata? Sembra che hai preso un pugno nell’occhio!”

” hai gli orecchini per far vedere che sei femmina?” ( Ero ancora rasata e anche se i capelli stavano ricrescendo erano cortissimi)

…

Sono con la logopedista e parliamo di lavoro e della mia intenzione di riprendere a lavorare:

” ma tu credi di essere in grado di lavorare?”

….

Sono con mio padre e devo andare a fare fisioterapia in un centro privato. Devo andare in auto, non è vicino a casa, mio padre non ha voglia di prendere l’auto e cercare posteggio, insiste a prendere il treno e poi l’autobus, io dico che non sono in grado di farlo ( ancora ora non posso prendere i mezzi pubblici se non i taxi):

” tu non cammini, sei un’ handicappato, non capisci il peso che sei?”

…

Sono al lavoro il mio capo mi convoca e mi dice” tu non mangerai più in mensa con noi, ma da sola in ufficio, sei capace a mangiare da sola?”

” sì ” rispondo.

Lei continua” ho preso un piattino dalla mensa per provare, d’ora in poi trova qualcuno che ti porti alla scrivania un piatto dalla mensa”

Mi mette il piatto sotto il naso e io comincio a mangiare, attrice contro la mia volontà di un numero da circo intitolato ” guarda lo storpio come mangia”.

…

Finisco il boccone più amaro della mia vita “Sei capace, bene, d’ora in poi non ti dovremo più accompagnare in mensa mangerai da sola qui’, conclude.

Ha occhi crudeli, lo sguardo che sembra quello di un ratto che sta per darti un morso.

Sono nel cortile della nuova casa, sto cercando di raggiungere il portone, sento ridere dietro di me. Mi volto cercando di non cadere.

Ci sono un paio di ragazzini che imitano come cammino e ne ridono. Si accorgono di essere stati visti e corrono via. Raggiungo il portone e mi metto a piangere.

…

Ho saputo della tua metastasi, del tentativo di trapianto di midollo, della tua battaglia e la  tua morte. Sei stato mio collega nel mio primo lavoro durato meno di un anno, coinciso col mio ictus, il lavoro che ho prontamente perso dopo che era chiaro che sarei stata disabile per sempre.

Non avevo instaurato con te un rapporto particolare, un po’ perché lavoravi dalla sede di Firenze e lì vivevi mentre io ero a Genova dove vivo ancora. Ti ho visto nei nostri uffici qualche volta quando volevi parlare con l’amministratore delegato di cui avresti voluto essere il delfino anche  se senza molto successo perché gareggiavi con un altro collega molto più astuto e accanito di te. Eri un commerciale abbastanza in gamba. Condividemmo le mie prime trasferte. Anche se mi lasciavi da sola a parlare con i clienti, io con pochissima esperienza ma  sicuramente molto volenterosa facevo spesso il tuo lavoro al posto tuo. Eri schivo e approfittavi della mia disponibilità. Non facemmo mai dei discorsi insieme né tanto meno una cena insieme. Mi stavi decisamente antipatico. Eri antipatico, insofferente, il tuo lavoro di commerciale ti lasciava poco tempo per la famiglia e la tua famiglia, tua moglie e i due figli ancora bambini soffrivano di questo. Facevi lunghe telefonate con loro e ti isolavi per parlare con loro.Forse per questo eri scostante e cercavi di lavorare meno lasciando a me le tue incombenze. Io ti giustivicavo per questo anche se ora capisco che non avrei dovuto. Insomma non fu una bella esperienza lavorare con te, piuttosto una gran fatica. Eri uno stronzo.  Ebbi un ictus finii in coma e rimasi in ospedale per mesi soffrendo di una forzata clausura con la  paura e tristezza del futuro inevitabile di disabile che mi attendeva. Non mi venisti mai a trovare, non mi telefonasti neppure una volta, mi mandasti i saluti per conto di altri colleghi.

Mi dispiace, ma questo è il ricordo che mi hai lasciato di te e voglio essere sincera anche se questo articolo di commiato non è commovente né lascia di te una bella immagine. La tua morte però mi lascia l’amaro in bocca. Con te se ne va un pezzetto del mio passato, quello della giovane ragazza normodotata che aveva successo in tutto ciò che faceva, che lasciava gli altri a bocca aperta perché bella, professionale e preparata. Un passato anche un po’ infelice nonostante questo, che da lato rimpiango e dall’ altro sono soddisfatta di aver abbandonato. Ma lascia amarezza vedere che si sta frantumando, pezzetti che mai più si potranno rimettere a posto per poterlo anche se nella fantasia riviverlo.

Tu eri uno di questi frammenti. Penso alla  paura che devi aver provato prendendo consapevolezza del tuo destino e del fatto che avresti abbandonato ciò che avevi, amavi e sognavi.

Perciò ciao Giorgio, ci rincontreremo e mi aspetto che almeno mi paghi una cena per aver fatto il lavoro al posto tuo e non avermi mai aspettato con la macchina.

La tua foto che ti rispecchia, vanitoso e con quell’ aria professionale che mi provoca ancora antipatia. Sorrido a guardarla, è l’unica foto che hai messo sui social che non era nella tua personalità frequentare ovviamente. Ciao, mando questo sorriso fino da te.

Eravamo a casa nostra a Pasqua.

Mia figlia suonava il piano per noi.

Mia madre la filmava, morbosamente concentrata su di lei.

Mio padre mi si avvicina e mi dice con la voce roca che gli è ormai rimasta dopo la polmonite: ” mi dispiace”

Sono sorpresa (gli dispiace di cosa?)

” non credevo che farti fare il liceo classico sarebbe stato così frustrante per te: libri incomprensibili che non ti hanno fatto neppure aprire, nozioni sparse qua e là e un regime di estrema severità. Ti sei chiusa in casa giornate intere per studiare in questo modo. Ho scoperto leggendo i  tuoi libri e quaderni che gli insegnanti non facevano lezione e pretendevano molto più di ciò che insegnavano, lasciandovi da soli. Credevo di darti l’opportunità di costruirti una cultura di alto livello”.

” sì.” Dico io: “papà a me non è rimasto nulla del liceo. Non ricordo quasi nulla, solo punizioni, insulti e prese in giro da parte dei docenti: ” Sei un cane!” ” Non sembra che leggi ma un prelato che prega” ” vergognatevi! Do perle ai porci!”

” era l’età più bella, che peccato” aggiunge mio padre.

” io volevo studiare arte, avevo la capacità innata di disegnare, dipingevo, decoravo e mi esaltavo di fronte a opere d’arte.”

” avevo un dono”.

E aggiungo: ” mi sarei dovuta imporre e fare il liceo artistico, come avevo scelto io, ma ero poco più di una bambina”.

” dopo il liceo artistico non ci sono sbocchi lavorativi, ho pensato anche a te”. Aggiunge anche mio padre.

” papà avrei insegnato, avrei potuto trasmettere agli altri questa mia passione, fare arte con gli altri e per gli altri.”dico io piuttosto sorpresa.

Mio padre rimane in silenzio.

Mi ha chiesto scusa, penso e quasi mi commuovo.

Poi però aggiunge: ” io quello che volevo fare con i tuoi libri l’ho fatto, volevo trovare l’interconnessione tra le lingue per vedere che tutte vengono da una radice comune, l’ indo- europeo.

Mi dispiace solo per te perché non era un buon liceo.”

Ecco, lo ha detto, ha confessato ciò che mi ha fatto.

ha creduto di morire ed ora si è lavato la coscienza.

L’ho perdonato ma non lo scuso.

no, perché ha sbagliato, mi ha  lasciato torturare per cinque anni, soffrire per un’ occasione persa e una dote non sfruttata e sapeva di farlo.

Perdono ma non accetto scuse.

Mio padre, 75 anni, ha preso una polmonite, come non si sa. incomincia a esserci la febbre il respiro è affannoso il dottore lo manda a fare i raggi in pronto soccorso, dai raggi non si vede niente e lo dimettono dal pronto soccorso, ma il dottore continua a sentire qualcosa nei polmoni,  il battito cardiaco si alza, il dottore lo manda in farmacia a fare l’elettrocardiogramma, c’è una fibrillazione atriale. Mio padre va dal cardiologo, il cardiologo già da come cammina capisce che ha la polmonite. subito da un’eco al cuore vede che c’è del liquido nei polmoni e che il liquido è entrato nell’atrio del cuore, gli suggerisce di andare in ospedale subito, mio padre non vuole ma si fida del cardiologo e ci va. viene ricoverato in terapia intensiva, effettuano un pneumotorace e gli tolgono quasi un litro di liquido da un polmone, ne fanno un secondo per l’altro polmone e tolgono un altro litro ancora. 400 ml di liquido rimane. Resta in terapia intensiva per due settimane poi lo spostano nel reparto di cardiologia dove rimane un’altra settimana.

Mio padre, quello che mi ha costretto a rinunciare agli studi d’arte per seguire gli studi classici solo perché voleva studiare con me le lingue antiche seguendo il programma che facevo io a scuola e che non è mai riuscito a fare. l’uomo che ha sacrificato i miei sogni per perseguirne uno suo. L’uomo che ha sacrificato sua figlia per poter fare quello che lui non aveva fatto ma che gli sarebbe piaciuto fare.

Mi ha distrutto, mi ha trasformato in un qualcosa che non volevo essere, sono stata  qualcuno di diverso, diversa da me.Ho finto per una vita. Ero poco più che una ragazzina a 13 anni, mi minacciava che non mi avrebbe mai supportato economicamente e psicologicamente che avrebbe ostacolato i miei studi. Mi ha detto che non sarei più stata sua figlia.

Ho sempre cercato di perdonarlo ma  senza successo,  non ci sono mai riuscita. Non c’era motivo di perdonarlo e lo incolpavo anche di questo, della mia incapacità di perdonarlo.

Ecco ho pianto, ho pianto per lui, “mio padre”, volevo stare ancora con lui “è il mio papà”, pensavo.

Ed il perdono è arrivato, una grande pena per una persona tanto frustrata, tanto da convogliare su una ragazzina le sue frustrazioni.

Pena.

tristezza, tanta.

Sensazione di perdita, vuoto.

Perdono.

Questo è stato il mio percorso per il perdono.

” ci sono i tuoi colleghi, sono venuti a trovarti” dice mia madre.

” che bello” penso io.

Era il mio primo lavoro di cui ero entusiasta ed i colleghi per me erano pari a degli amici. Il fatto che mi venissero a trovare era davvero un piacere e lo vedevo proprio come la visita da parte di amici.

Le visite continuarono, qualcuno più costantemente degli altri era presente nei weekend. Ne sono felice, sono la mia consolazione, mi trattano con affetto, non mi sento una disabile ospedalizzata quando ci sono loro.

” è sempre qui il tuo collega, perché?” Mi chiede mia mamma.

” ha piacere di venire a trovarmi. E io mi sento meno sola.”

” non sei sola ci siamo io e papà.”

” non è la stessa cosa” penso.

” vi hanno visti da soli all’ ora di pranzo, perché?” Chiede mia madre.

Conosco quel tono di voce, conosco quello sguardo,

la cosa non le va,

è infastidita,

se lei è infastidita, è contrariata,

se è contrariata sarà la guerra e lei non si arrenderà.

” mamma, sa che mangio da sola, voleva tenermi compagnia.” Dico io.

” si sta approfittando di te, non voglio che venga più”

” per quale motivo si dovrebbe approfittare di me, una disabile, su una sedia a rotelle, che vive in ospedale, rasata a zero, con un occhio più aperto dell’ altro e la bocca storta”. Penso.

La volta successiva lui se ne accorge, mia madre lo guarda male e lo allontana da me.

Mi viene da piangere. Paolo mi piace, mi piaceva già al lavoro, era in gamba, era gentile. Avevo avuto occasione di fare una trasferta di lavoro con lui. Stava al suo posto ( al contrario di altri, da cui avevo avuto avances sfacciate e dirette ma che ovviamente non vennero mai a trovarmi in ospedale né mi telefonarono).

” perché lo hai mandato via?” Chiedo a mia mamma.

” si vuole approfittare di te!”

” no! Non è vero!” Singhiozzo.

Non mi lascerà vederlo, non posso uscire, sono chiusa qui!

Voglio uscire, mi sento soffocare, il cuore batte a mille, la testa mi gira, mi sembra di morire.

Ho un attacco di panico.

Telefono: ” Paolo non puoi più venire a trovarmi, se potessi scapperei, ma non posso.”

” va bene stai calma non voglio crearti problemi soprattutto ora”

” telefonami quando vuoi, se vuoi, se puoi”

Ci lasciammo così, io mi calmai.

Ci telefonammo per mesi appena potevo, quando ero sola.

Uscii dall’ ospedale, tornai a casa dai miei genitori, non potevo più vivere da sola.

Non potevo vedere nessuno, solo qualche cena con un paio di amiche. Uscivo per fare terapie. Incominciai anche a non vedere più grandi miglioramenti nella fisioterapia. Era sempre più frustrante invece. Non ottenevo risultati, la mano era stretta a pugno, il ginocchio non si piegava, la caviglia non mi reggeva. Neanche con un bastone riuscivo a camminare da sola, mi dovevo sempre appoggiare a qualcuno. I miei genitori, gli unici con cui stavo insieme, mi umiliavano dicendomi che ero “una figlia che non sapeva neppure camminare”.

“Una figlia “

Andavo da una psicologa. Unico ricordo piacevole di quel periodo.

Non avevo lo spazio per telefonare, ci scrivevamo delle mail.

Poi trovai un lavoro ( un lavoro pessimo, quello di cui ho raccontato qualche articolo fa parlando della mia disabilità ed il lavoro).

Ero salva. Avevo dei colleghi,uno spazio in un open space, una scrivania. Pause pranzo e caffè delle macchinette. Di nuovo una quasi normalità.

” ci vediamo in pausa pranzo da te,  con una scusa dico che non  mangio in mensa e tarderò un pochino” ci mettiamo d’accordo.

Ci incontrammo.

Erano passati due anni.

Ci furono abbracci, ci fu il primo bacio, ci fu un sorriso.

Uscivamo insieme, i miei genitori non lo facevano entrare in casa quando veniva prendermi, facemmo qualche vacanza insieme, passò così un anno. I miei genitori mi ignoravano, la tensione si tagliava a fette.

” andiamo a vivere insieme” mi disse una volta mentre eravamo in macchina.

“!!”

Comprammo casa, vicino ai suoi parenti, era un modo per farci aiutare. Anche se io ero convinta fosse meglio comunque cavarcela da soli, ma capivo la preoccupazione.

Ovviamente non potevamo andare vicino ai miei parenti. La scelta fu obbligata.

ci furono i mobili da scegliere, i lavori da fare…me lo ricordo come un periodo indaffarato.

I miei genitori si chiusero nel mutismo.

Ma ero troppo indaffarata e in più avevo deciso di mettere a posto la mia caviglia con un’ operazione ai tendini. Ancora ospedale ma stavolta era diverso.

Grazie a quell’ operazione riesco a camminare senza cadere.

Due anni dopo ci sposammo.

Siamo sposati da 11 anni.

Ripubblico questo articolo che avevo già scritto tempo fa per raccontare la reazione dei miei genitori alla notizia delle mie dimissioni dall’ospedale. “Un sacco di problemi”, “un problema”. Così fui definita.

Non sono un problema sono tuo figlia

https://senzanome.wordpress.com/2022/12/19/quelle-parole-che-non-si-dimenticano/

emaki81

“Dov’è il mio cuore, lì è la mia casa”

Blog Stats

  • 220.997 hits
ottobre: 2026
L M M G V S D
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293031  
SEDUTO: Nessuno è come sembra.

(anche senza case editrici)

PIANETA MOBYS

Il Blog meno letto (e meno condiviso) del web

L'arte di salvarsi

La vita è l'unica opera d'arte che possediamo.

Le cose minime

Prendo le cose gravi alla leggera, e le cose piccole molto sul serio.

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il Blog si sbriciola facilmente

Ms. C. Loves

If music be the food of love, play on✨

Keep Calm and Drink Coffee

Keep Calm & Drink Coffee

Racconti brevi di vita quotidiana ( spero allegri ed umoristici) aforismi pensieri idee di un allegro pessimista

Guai a prendersi troppo sul serio. Racconti allegri pensieri idee di un allegro pessimista

Viaggiando con Bea

E' bello raccontarvi dei miei viaggi e dei miei esperimenti tra i fornelli

wwayne

Just another WordPress.com site

Come cerchi nell'acqua

ogni pensiero, azione, parola si propaga nello spazio....

caterinarotondi

Se non combatti per costruire la tua vita non ti rimarrà niente

The Page After

Tutti i libri e i migliori fumetti pubblicati ogni giorno, recensioni settimanali e qualche curiosità.

MetropoliZ blog

uno sguardo sulle Arti, sulla Disabilità, sulla Dipendenza e sul Disagio Sociale 🎷🎬♿🚬

kasabake

«Part of the crew, part of the ship!»

©STORIE SELVATICHE

elena delle selve racconta...

libertàepassione.wordpress.com

Sorridi sempre xké ti rende la vita migliore e rende migliore la giornata di chi ti incontra

Per un cavallino di cartapesta

Varie ed eventuali, ecc...

ilcoraggioperforza

La mia vita con la sclerosi multipla; una voce che parla scrivendo; punti di vista dall'alto di una sedia a rotelle 😉💪♿💞

Crea il tuo sito web gratuitamente su WordPress.com.Crea il tuo sito web.
Comincia gratuitamente