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this is a bilingual blog written by a single mom who is like many others but who somehow is also different :-)
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lunedì 30 settembre 2013

quelli degli EDS : e libro fu.

© singlemamafranny - all rights reserved

la prima parola che ho scritto è stata ‘fine’ sull’ultima pagina di un quaderno vuoto. avevo 3 anni e per problemi di vista avevo dovuto imparare già allora a leggere almeno le lettere in stampatello maiuscolo che gli oculisti usano per determinare quante diottrie abbiano i loro pazienti.
poi è arrivata la scuola, con l’alfabeto intero. e da allora, io di scrivere, almeno nell’accezione n. 2 del termine, non ho mai smesso. e quando, parecchi anni più tardi, appassionata di tecnologia, ho scoperto l’esistenza dei blog, non ho saputo resistere.

che i legami nella blogosfera avessero ben poco di virtuale l’ho scoperto presto, poco dopo aver aperto il mio primo blog. ma è stato solo dopo essere approdata qui, su una piattaforma più aperta e più varia rispetto alla precedente, che gli incontri si sono intensificati e gli orizzonti si sono allargati. è da qui che ho scoperto che nella blogosfera, oltre alle mammeblogger, a quelle creative, alle ricette di cucina, le autoproduzioni e i più svariati cazzeggi (perdonate il neologismo, ma non trovo un termine migliore per render l’idea), nascosti ma non troppo – così alla fine, per fortuna, li ho scovati anch’io – c’erano loro: quelli degli EDS. quelli che scrivono. ci provano. ci riescono. e insieme a loro, lei, la spingitrice.

ora, mettete insieme la spingitrice di cui sopra e quelli lì, quelli degli EDS, appunto. scegliete un tema accattivante tra tutti gli EDS da lei proposti, chessò: i cinque sensi. facciamo sei. e pensate ad gruppo di pazzi determinati che, nel corso di un weekend e per mezzo di un centinaio di email, democraticamente, si consulta. che c’è da scegliere un titolo. e una copertina (possibilmente senza cadavere). e da presentarsi in poche righe, anche (osti).

e libro fu.

© singlemamafranny - all rights reserved

no, che cosa sono gli EDS, se non lo sapete già, non ve lo dico. il libro è in vendita (anche in formato ebook!). scopritelo da voi.


nota: il mio unico rammarico è di esser stata pigra e aver partecipato poco. ma su quello, semmai, farò i conti con me stessa. intanto per me esser tra loro, fra tanto entusiasmo e tante pagine belle è davvero un onore. e poi, del resto, siamo solo agli inizi. mi rifarò.

 

domenica 1 aprile 2012

gisella


È arrivata nella mia vita che avevo già quasi trent’anni. Mia madre mi ha cresciuta a suon di ‘avrai un’auto tua il giorno che te la potrai permettere: auto, assicurazione, bollo e benzina, intendo. Prima di allora, te la puoi scordare.’ Ed è proprio andata così. Anche perché se fai l’università mica ce li hai soldi per comprarti e mantenerti la macchina. E se tuo padre è passato a miglior vita e il tuo patrigno pure e sei figlia unica di madre bivedova e non patentata, un’auto da scroccare a qualcuno per casa mica ce l’hai. E così aspetti anche a prender la patente, tanto non ti servirebbe a nulla. Fino a che, quando hai quasi trent’anni e ti sei accaparrata da poco un signor posto di lavoro e stai per andare a convivere col tuo uomo, pensi che sia finalmente giunta l’ora. Dai l’esame e ti compri la macchina.

Qualche soldo me l’aveva messo da parte la zia, mia madre mi prestò il resto (che le ho poi restituito fino all’ultimo centesimo) e mi vietò di comprare un’auto usata (ero andata persino a vedere le auto aziendali e a km zero ma nisba) perché diceva – proprio lei, quella che non ha mai guidato in vita sua e non ha preso la patente nemmeno dopo che mio padre le ha fatto trovare una cinquecento rossa fiammante nuova di pacca dentro al garage – ‘le auto usate non sono sicure’.

Io son cresciuta in barca a vela e le barche han tutte un nome. E mio nonno, quand’ero bambina, aveva una seicento beige con i sedili in pelle rosso scuro e la teneva come fosse un gioiello. L’aveva chiamata Gisella, chissà perché. Ricordo che gliela rubarono e fu ritrovata senza né ruote, né sedili. Non so chi di noi due, se io o il nonno, ci rimase più male. Lui dopo di lei non guidò più. 

La mia auto si chiama Gisella in onore di mio nonno. E di quella seicento rubata. Chiunque mi conosca la chiama per nome. Mio figlio nemmeno sa cosa sia una Clio. Per lui le auto col posteriore a pandorino son tutte Giselle (e le Opel Vectra station wagon son tutte Temi, diminutivo di Temistocle, ma quella è un’altra storia).

Oggi la Gisella l’ho vuotata. Uno di questi giorni la porto qui accanto e la faccio lavare per benino. E poi vado a prenderle anche i copricerchi nuovi, che due li  ho persi da anni annorum e la Gisella da allora sembra Giano Bifronte: da un lato ricca e agiata e dall’altro derelitta, con quei due buchi neri in mezzo alle ruote. 

Non mi ha mai lasciata a piedi. E non ha nemmeno raggiunto i 100.000 km. Ma è un euro 2 e in Lombardia le rendono troppo spesso la vita difficile. Non la lasciano circolare liberamente. Così ho dovuto guardarmi attorno. E prendere al volo un occasione d’oro (nel vero senso del la parola) piovuta dal cielo. 

Gisella da un paio di settimane è ferma nel mio posto auto coperto. Fra qualche giorno sarà in vendita per due soldi sul giornalino di annunci locale. Chissà, magari qualche neopatentato se la prende. Io, intanto, cerco di combattere il giudice interiore che vorrebbe farmi sentire come se l’avessi tradita. E mi godo il fatto che lei, in fondo, è ancora con me. La saluto quando scendo di sotto e anche quando torno a casa. E la ringrazio per tutti gli anni trascorsi insieme in cui mi ha portato a zonzo. 


Devo ricordarmi di farle almeno una foto, prima che se ne vada davvero. Ma a quello, in fondo, ancora non ci voglio pensare.

[con questo spaccato di vita vera
avrei voluto  partecipare partecipo all'EDS il nome della cosa.
ma giacché Gisella non comincia per C
ma Clio sì :-) ]


sabato 8 gennaio 2011

breve storia di un viaggio, di un libro e di una borsa in similpelle

non molto tempo fa ho fatto un viaggio, una breve fuga dalla realtà, sola soletta nella città che amo, dove si parla un'altra lingua e si vive un'altra vita. è stato un viaggio duro, tosto, difficile, più attraverso me stessa che attraverso il mondo, un viaggio che mi ha dato tanto, dove tra un quadro di frida kahlo ed una lacrima versata mi è successo anche questo.

sedevo al punto internet del mio hotel, il giaccone in bilico sulla spalliera della sedia, alta praticamente quanto uno sgabello da bar, e la mia inseparabile megaborsa in similpelle mollemente adagiata sul piano accanto al pc. non so da quanto tempo io fossi lì, ma so di averci buttato l'occhio almeno tre volte prima di realizzare che accanto alla finta pelle molliccia della megaborsa c'era lui.

lo vidi, dunque - vidi, si badi bene, non guardai - e ripresi quel che stavo facendo al pc. dopo un po' lo sguardo però volle tornar lì: copertina rigida, rossa, non molte pagine a occhio e croce, e un titolo scritto in stampatello bianco, nella lingua che amo. e lì bum! un immediato sobbalzo del cuore. pareva scritto apposta per me. da quell'istante, sebbene mi sforzassi di ignorarne la presenza, il libro prese ad ammaliarmi, manco avesse intonato il canto delle sirene di ulisse. 

no, non c'era nessuno attorno. la pancia già intimava «prendilo, è tuo», mentre la testa, bastian contrario, suggeriva prontamente di portarlo alla reception affinché il proprietario potesse andarlo a cercare. indecisa sul da farsi, presi tempo e mi mi rimisi a trafficare al pc. fu allora che, proiettate sullo schermo rividi come povere sequenze di un film mai girato la signora bionda cicciotta che poggiava sul bancone accanto a me pacchi, sacchetti e pacchettini e firmava assegni grandi e colorati quanto un lenzuolo e poi via di corsa alla reception a pagare, mentre l'amica china a testa in giù, dietro di me, lottava con la valigia che non ne voleva sapere di chiudersi. 

così come erano comparse, se n'erano andate. e da un bel po' ormai.  due meteore schizzate accanto al mio pc quasi un'ora prima. a quel punto, certa che il libro l'avessero scordato loro, non ci pensai due volte e, con un gesto  naturale, lasciai che scivolasse quasi in preda ad un moto spontaneo dentro la megaborsa in similpelle, come se mi fosse da sempre appartenuto. ed è così che è poi finito in valigia, dentro alla pancia di un aereo e poi su un taxi, fino a trovar casa sul mio comodino, lì per me a portata di mano. 

ora vado, lui mi chiama. è arrivato anche per oggi il suo momento. ora è tempo di pigiama, coperta di lana tricot, candele accese, tisana alla cannella e di libro del destino.


lo so, non ho detto di che libro si tratti. è che ho bisogno di lasciargli un alone di mistero, un che di magico. è che lo trovo talmente bello da non essere ancora volutamente arrivata alla fine. ne leggo (e ne rileggo) un capitolo per volta, come fosse una cura preziosa (per l'anima), da somministrare a piccole dosi (pena l'assuefazione). ed è che ho in tasca un sogno che presto tramuterò in azione e che, se così dovrà essere, allora forse un giorno diverrà realtà.