RIFLESSIONE 203



Stampando una notizia in grandi lettere, la gente pensa che sia indiscutibilmente vera.

( Jorge Luis Borges 1899 – 1986 )

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RIFLESSIONE 202



Io non parlo di vendette né di perdoni; la dimenticanza è l’unica vendetta e l’unico perdono.

( Jorge Luis Borges 1899 – 1986 )

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Buon fine settimana

A tutti i gentili Visitatori

Ebola in Congo vicina a 10mila casi, cosa significa il primo contagio in Nigeria


Mentre i casi di Ebola in Congo sfiorano quota 10mila (9.637), con 4.646 morti, la malattia arrivata in Kenya dove i casi sono 9 con 1 decesso nelle ultime ore è apparsa anche in Nigeria, con un caso confermato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Ma che cosa sta succedendo? L’arrivo di Ebola Bundibugyo in Nigeria non stupisce l’epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi, che accende i riflettori sui viaggi nel continente africano.

“Parliamo di un virus molto contagioso“, dice Ciccozzi a LaSalute di LaPresse. “In Africa, oltre alla Repubblica Democratica del Congo, il virus si è ormai diffuso in diversi Paesi. Il fatto grave è che, come hanno comunicato le autorità, la paziente arrivata dall’Uganda, è stata ricoverata in una clinica privata, dove è rimasta in cura senza diagnosi per nove giorni. Ecco questo è davvero molto grave. E accade quando ormai in Congo abbiamo più di 9.600 infetti e di una letalità vicina al 50%”.

La letalità di Ebola e il caso Uganda

Ebola, ricorda l’epidemiologo, è una malattia molto seria, su cui però sembra calato il silenzio. “Il Cdc africano dice che la donna avrebbe contratto il virus in Uganda, portandola poi a Nairobi.

Ma ormai è palese che questa è una malattia dei viaggi, dunque occorre rafforzare la sorveglianza per tutte le persone che viaggiano da Paesi come la Repubblica Democratica del Congo o l’Uganda, che pure era stata dichiarata libera da Ebola dall’Oms in estate”.

Le priorità

Come affrontare questa epidemia? “Se non si fa prevenzione e non si rafforza la sorveglianza mirata negli aeroporti, finiremo per vedere più casi in diversi Paesi. Occorre ragionare in ottica One Health: per ora sono già quattro i Paesi africani interessati: chi ci dice che domani non ci saranno altri contagi d’importazione?”, si chiede Ciccozzi.

12 fiale di antidoto dopo un solo morso – il ragno si nascondeva dentro la sua scarpa


Nel 2017, nel Nuovo Galles del Sud, un bambino di 10 anni venne morso da un ragno dei cunicoli nascosto dentro la sua scarpa. Secondo il video, il veleno di questi ragni può colpire rapidamente il sistema nervoso e nei casi più gravi diventare letale in appena 15 minuti.

Il bambino ebbe bisogno di 12 fiale di antidoto, la quantità più alta mai somministrata in Australia secondo il filmato, e alla fine riuscì a riprendersi. Il ragno fu catturato e portato in un rettilario, dove venne inserito in un programma dedicato alla produzione di antidoti.

GUARDA VIDEO

12 fiale di antidoto dopo un solo morso – il ragno si nascondeva dentro la sua scarpa | Watch

I super batteri una pandemia silenziosa, l’Italia tra i Paesi più colpiti con 12mila morti l’anno: l’allarme di Pregliasco


«Non fa rumore come una pandemia virale, non provoca necessariamente ondate improvvise di contagi e raramente conquista le prime pagine.

Eppure l’antibiotico-resistenza rappresenta una delle più gravi minacce per la salute pubblica dei prossimi decenni».

A dirlo è il virologo Fabrizio Pregliasco, che rilancia l’appello dell’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli) in vista della Manovra e del nuovo Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza (Pncar).

Una pandemia silenziosa

Per Pregliasco si tratta di «una pandemia silenziosa, che avanza progressivamente e rischia di riportare la medicina indietro di molti decenni».

Un fenomeno che, spiega, non somiglia a nulla di già visto: «L’antibiotico-resistenza è una pandemia diversa da quelle che abbiamo imparato a conoscere. Non arriva improvvisamente, non ha un unico agente responsabile e non si combatte con un solo vaccino».

Il problema, prosegue il medico, è la sua gradualità: «È un fenomeno progressivo che rischia di sottrarci, un poco alla volta, la possibilità di curare infezioni che oggi consideriamo banali».

Da qui l’avvertimento: «Il pericolo è abituarci a questa emergenza fino a considerarla inevitabile». Lo sottolinea il direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’università Statale di Milano, past president Anpas e vicepresidente di Samaritan International.

12mila morti in Italia

Le cifre, secondo l’esperto, parlano da sole. «I dati sono impressionanti», ricorda. «Secondo uno studio pubblicato su “The Lancet”, nel periodo 2025-2050 potrebbero verificarsi complessivamente oltre 39 milioni di decessi direttamente attribuibili alla resistenza batterica agli antibiotici, in assenza di interventi sufficientemente efficaci».

Anche il quadro europeo è pesante: «In Europa le infezioni sostenute da batteri resistenti causano oltre 35mila decessi ogni anno».

Un terzo, circa 12mila, riguarda l’Italia, che «figura tra i Paesi più colpiti, con un peso rilevante in termini di mortalità, complicanze, durata dei ricoveri e costi per il Servizio sanitario nazionale».

Il timore più grave, avverte Pregliasco, è un altro: «Il rischio più grave è che gli antibiotici perdano progressivamente efficacia proprio quando ne abbiamo maggiormente bisogno. Un intervento chirurgico, un trapianto, una chemioterapia o il trattamento di un paziente fragile possono diventare molto più pericolosi se non disponiamo di farmaci efficaci contro le infezioni batteriche».

E «l’antibiotico-resistenza non riguarda soltanto le malattie infettive», precisa il virologo: «Mette in discussione la sicurezza dell’intera medicina moderna».

Troppi antibiotici inutili

Una parte della responsabilità, rimarca Pregliasco, ricade sulle abitudini di cura: «Una parte importante del problema nasce dall’impiego inappropriato degli antibiotici, spesso utilizzati anche quando non sono necessari. Dobbiamo superare l’idea che l’antibiotico sia una sorta di assicurazione contro qualsiasi infezione. Non serve contro influenza, raffreddore e altre infezioni virali. Assumerlo senza indicazione non accelera la guarigione e contribuisce a selezionare batteri resistenti».

C’è poi un costo che ricade su tutti: «Ogni prescrizione inappropriata non è soltanto un possibile problema per il singolo paziente, ma rappresenta anche un danno potenziale per la collettività».

Di qui la sfida indicata dall’esperto: «La sfida riguarda quindi la capacità di distinguere tempestivamente le infezioni batteriche da quelle virali e, quando indicato, di identificare il microrganismo responsabile e orientare la scelta terapeutica».

Gli strumenti per farlo esistono. «Oggi disponiamo di strumenti diagnostici che possono fornire risposte molto più rapidamente rispetto al passato. Ma troppo spesso queste tecnologie restano concentrate nei grandi ospedali, mentre sul territorio, dove vengono prese moltissime decisioni terapeutiche, l’accesso alla diagnostica microbiologica è ancora insufficiente».

La soluzione, esorta il virologo, è questa: «Bisogna portare le possibilità diagnostiche vicino ai pazienti, integrandole con i laboratori ospedalieri e con il lavoro dei medici di medicina generale». Senza però forzare la mano: «Questo non significa che ogni prescrizione debba essere preceduta da un test microbiologico, né che si debbano ritardare le terapie urgenti. In presenza di sepsi o altre infezioni gravi, il trattamento antibiotico tempestivo può essere decisivo per salvare la vita. Significa piuttosto utilizzare i test appropriati quando possono realmente migliorare le decisioni cliniche ed evitare trattamenti inutili».

Servono soldi

A sollecitare risorse è, in primo luogo, Pierangelo Clerici, presidente dell’Amcli. Il suo appello chiede «fondi certi, in tempi chiari, vincolati alla diffusione sul territorio dei moderni strumenti diagnostici» e «politiche ambientali volte a frenare il riscaldamento globale e ad abbattere l’inquinamento», entrambe concause della diffusione dei “super batteri” resistenti agli antibiotici.

Pregliasco concorda: «Servono soldi». La ricetta, per lui, è «più diagnosi rapide, meno antibiotici inutili e visione One Health». Secondo il virologo, l’allarme dei microbiologi «riporta al centro una questione che non può più essere affrontata soltanto attraverso dichiarazioni di principio: l’Italia ha bisogno di investimenti certi, di strumenti diagnostici accessibili e di una strategia nazionale capace di tradursi in interventi concreti».

Il Pncar 2027-2031, aggiunge, «dovrà rappresentare un’occasione concreta per rafforzare la rete diagnostica, la sorveglianza epidemiologica, la prevenzione delle infezioni e i programmi di uso appropriato degli antimicrobici». Ma «non possiamo continuare a produrre piani di contrasto senza garantire risorse, responsabilità e tempi di realizzazione. La prossima legge di Bilancio deve essere un banco di prova: servono finanziamenti identificabili, destinazioni vincolate e risultati misurabili».

Il monito è netto: «La prevenzione non può essere la prima voce che si sacrifica quando si devono far quadrare i conti, perché il costo di non prevenire sarà inevitabilmente molto più alto».

La visione One Health

In linea con Clerici, continua Pregliasco, la prevenzione «richiede inoltre una visione One Health che consideri insieme salute umana, salute animale e ambiente».

Il fenomeno, spiega, è complesso per più ragioni: «L’impiego degli antimicrobici negli allevamenti, la diffusione di residui e microrganismi resistenti nell’ambiente, le condizioni igienico-sanitarie e alcuni effetti dei cambiamenti climatici contribuiscono a rendere il fenomeno particolarmente complesso».

Per questo non basta correggere le abitudini di chi prescrive: «Non possiamo pensare di contrastare l’antibiotico-resistenza intervenendo soltanto sulle prescrizioni dei medici. Serve una strategia che coinvolga ospedali, territorio, veterinaria, agricoltura e politiche ambientali. È il principio One Health: la salute delle persone non può essere separata da quella degli animali e dell’ambiente».

Un ruolo fondamentale spetta anche alla prevenzione delle infezioni «attraverso l’igiene delle mani, la sicurezza delle procedure assistenziali, la sorveglianza microbiologica e le vaccinazioni, che possono ridurre il numero delle infezioni e, di conseguenza, la necessità di utilizzare antibiotici».

La lezione del Covid

Nelle conclusioni Pregliasco guarda all’esperienza della pandemia: «Abbiamo imparato con il Covid quanto possa costare arrivare impreparati a un’emergenza sanitaria. L’antibiotico-resistenza ci offre una possibilità diversa: conosciamo già il problema, disponiamo di strumenti per contrastarlo e sappiamo quali interventi possono funzionare. Sarebbe imperdonabile non utilizzarli».

La partita, precisa, non si gioca solo sui farmaci nuovi: «La sfida non è soltanto sviluppare nuovi antibiotici, pur indispensabili, ma preservare l’efficacia di quelli già disponibili.

Un antibiotico che oggi funziona e domani non funziona più è una possibilità di cura che abbiamo perduto. E quando perdiamo la capacità di curare un’infezione, non perdiamo soltanto un farmaco: perdiamo sicurezza, aspettativa di vita e qualità dell’assistenza. La vera emergenza è questa. E il tempo per intervenire non è infinito», chiosa Pregliasco.

RIFLESSIONE 201

Come la Germania forma il personale sanitario per la lotta contro Ebola

RAPPORTO DELLE STATISTICHE DI SETTEMBRE


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PARMA: Battaglia di Montechiarugolo 1796 e il primo Tricolore


Il 3 e 4 ottobre si e svolta la rievocazione storica nel 230° anniversario del primo combattimento per l’Indipendenza Italiana.

E stato un fine settimana dedicato alla storia, alla memoria e alla valorizzazione del territorio quello in programma sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026 nel borgo di Montechiarugolo, dove tornerà a rivivere La Battaglia di Montechiarugolo, in occasione del 230° anniversario dell’episodio storico del 1796.

L’iniziativa è organizzata dall’Amministrazione Comunale di Montechiarugolo, in collaborazione con l’Associazione Napoleonica Italiana, con la partecipazione della Montechiarugolo Folk Band “Tullio Candian”, e rappresenta l’appuntamento centrale del calendario di iniziative che nel corso del 2026 hanno accompagnato la celebrazione dell’importante anniversario.

La battaglia si svolse tra il 4 ottobre 1796 e il 7 gennaio 1797 nel comune di Montechiarugolo e a Montecchio, in provincia di Parma, durante la prima campagna d’Italia di Napoleone.

Fu un conflitto tra la neonata Guardia Civica reggiana, affiancata da soldati francesi, e truppe austriache rifugiate nel castello di Montechiarugolo, in fuga da Mantova. Questo scontro rappresenta il primo combattimento tra un corpo militare italiano e un esercito straniero, anticipando le lotte del Risorgimento italiano

PROGRAMMA

Il programma prenderà il via sabato 3 ottobre, dalle ore 15.30, con l’apertura del campo base e una serie di attività dimostrative.

A seguire, spazio alla musica e ai balli napoleonici, per ricreare le atmosfere dell’epoca e accompagnare il pubblico alla vigilia della rievocazione.
Il momento centrale della manifestazione sarà domenica 4 ottobre alle ore 10.00, quando nel borgo verrà proposta la rievocazione de La Battaglia di Montechiarugolo, seguita dalla proclamazione della Repubblica Cispadana, in un percorso narrativo e spettacolare pensato per restituire al pubblico il contesto storico dell’evento.

Alle ore 12.00 la giornata proseguirà con l’esibizione della Montechiarugolo Folk Band “Tullio Candian”. La domenica sarà inoltre possibile visitare il Castello di Montechiarugolo, aperto al pubblico con visite guidate.

RIEVOCATORI

FRANCESI

11 REGGIMENTO FANTERIA LEGGERA

6 REGGIMENTO GRANATIERI

AUSTRIACI

26 REGGIMENTO

STORIA

LA BATTAGLIA DI MONTECHIARUGOLO – In questo quadro di euforia rivoluzionaria, la sera del 30 Settembre 1796 a Reggio si diffonde il terrore. Da Correggio giunge la notizia che un esercito di Austriaci, composto da 5.000 uomini, sta marciando sulla città. In Senato, convocato d’urgenza, emergono due proposte: sottomettersi agli Austriaci oppure resistere.

Vince la seconda proposta quindi vengono disposti drappelli di guardie forensi in prossimità delle porte, mentre la Guardia Civica, rinforzata da volontari, si dispone sulle mura della città. Fortunatamente la notte passa senza incidenti. La mattina successiva arriva l’informazione che gli Austriaci, probabilmente centocinquanta, stanno dirigendosi verso i territori parmensi.

Nel frattempo si dibatte su come affrontare quel drappello di Austriaci che potrebbe rappresentare un pericolo per le ville dei dintorni. Gli Austriaci, ben attenti a non incontrare truppe reggiane, si portano verso Montechiarugolo e la mattina del I° Ottobre chiedono il permesso di entrare in paese, una vera e propria fortezza, protetto dalle mura e, a nord, da un rivellino.

Montechiarugolo fa parte del Ducato di Parma, e, per effetto dell’armistizio con Napoleone, è territorio neutrale.

Il Podestà  di Montechiarugolo, Giuseppe Vincenzi, si preoccupa di inviare un messo a Parma per informare il Ministro Ventura. Dopo essersi consultato con il castellano e gli altri notabili, decide di consentire l’ingresso alle truppe austriache e di fornire loro vitto e alloggio al castello, dopo aver ben nascosto le chiavi dei depositi delle polveri ardenti.

Il giorno successivo, ricevute disposizioni dal ministro, invita gli Austriaci a saldare il conto dei pasti e lasciare il paese. I militari accettano e si dirigono verso sud.

Le spie inviate dal Podestà informano che queste truppe, dopo aver attraversato Tortiano e S. Polo, si sono dirette al castello di Rossena.  

Nel frattempo a Reggio Emilia, il 2 ottobre, un piccolo presidio di 40 soldati francesi chiedono alla municipalità un aiuto in uomini e armi per inseguire e catturare gli Austriaci. L’accordo è presto raggiunto, anche se non verbalizzato ufficialmente, poiché la municipalità non voleva compromettersi con azioni condotte su territori neutrali. In ogni caso assegna ben volentieri le armi ai Francesi e al contingente della Guardia Civica, composta da circa sessanta elementi.

Il 3 ottobre inizia la caccia. Il gruppo reggiano, che nella marcia raccoglie qualche altro volontario a Cavriago e dintorni, si dirige verso Montechiarugolo. Giunto nei pressi di Montecchio si prepara a guadare l’Enza, ma durante la notte riceve l’informazione che gli Austriaci sono a Rossena. La mattina del 4 i reggiani giungono a S. Polo, ma vengono informati che gli Austriaci, viste le difficoltà a raggiungere la Toscana, sono tornati sui loro passi e stanno nuovamente dirigendosi a Montechiarugolo.

Gli inseguitori raggiungono la retroguardia dei fuggiaschi nelle vicinanze di Tortiano e, dopo una sparatoria e il ferimento di  alcuni austriaci, questi si arrendono. Contemporaneamente gli Austriaci, trovando aperte le porte, entrano nel paese e si apprestano a schierare le difese sulle mura del borgo.

All’arrivo delle truppe francesi e reggiane inizia una fitta sparatoria. Un francese resta ferito, un reggiano morirà per le ferite riportate e la guardia civica Andrea Ravasi è colpito a morte. Alle ore 12 gli assedianti, poco esperti di battaglie, finiscono le munizioni e inviano un messo a Reggio per ottenere  rifornimenti e, se possibile, altre truppe. Arrivano i rifornimenti, ma non i rinforzi.

Già dal 2 ottobre Napoleone aveva ordinato al generale Sandos di raggiungere Montechiarugolo e catturare gli Austriaci. Con il rischio che la battaglia provochi altre vittime e con il pericolo che sia fatto esplodere il deposito delle polveri, il Podestà  chiede agli assedianti un incontro per avviare una trattativa tra le parti.  Dopo alcuni scambi di richieste gli Austriaci accettano di consegnarsi prigionieri, pur salvando l’onore degli ufficiali che escono con i loro cavalli e le loro armi personali.

Il giorno seguente, a cose fatte, arriva un generale inviato da Napoleone che costringe gli abitanti di Montecchio a versare mille zecchini per essersi rifiutati di aiutare la Guardia Civica reggiana. La battaglia di Montechiarugolo si conclude il giorno 5 con un pranzo, presenti alcuni ufficiali francesi, i tre ufficiali austriaci e il Podestà.

MONTECHIARUGOLO: IL PRIMO TRICOLORE D’ITALIA – L’evento bellico, in termini militari, era stato piuttosto modesto, ma Napoleone, dimostrando lungimiranza, tributò onori e gloria alle truppe reggiane, affinché l’esaltazione dello spirito libertario e rivoluzionario della città di Reggio Emilia potesse innescare l’insurrezione di altre città rendendo possibile la creazione della Repubblica Cispadana.

Il nostro borgo si era trovato a fare da quinta ad un evento che, grazie all’impegno e alla perizia del podestà Vincenzi, non si trasformò in tragedia per molti nostri avi. A titolo di riconoscimento ed esaltazione, Napoleone regalò alla città di Reggio  500 fucili e quattro cannoni e uno stendardo tricolore con la scritta Montechiarugolo.                                                                                                                                                   

Di questo stendardo col nome del nostro capoluogo si persero le tracce nel 1799, quando il parroco don Artoni lo nascose a causa del rientro degli Austriaci a Reggio. Probabilmente a causa del fatto che il nostro stendardo non fu mai più ritrovato, l’onore del primo tricolore fu attribuito a quello della Repubblica Cispadana costituta a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 nella sala municipale che sarà poi chiamata Sala Tricolore.

L’Unità d’Italia era ancora un sogno, ma… il sogno cominciava a prendere forma.

GUARDA VIDEO

1) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – ALLESTIMENTO CAMPO

2) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – ALLESTIMENTO CAMPO

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – ALLESTIMENTO CAMPO – IL VESSILLO FRANCESE

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – ALLESTIMENTO CAMPO – IL VESSILLO AUSTRIACO

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – IL TAMBURINO FRANCESE

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – UFFICIALI – ISPEZZIONE REGGIMENTO FRANCESE

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – UFFICIALI E NOBILE FRANCESE

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – CARICAMENTO MOSCHETTO FRANCESE – sfondo muro del Castello

1) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – DANZE NAPOLEONICHE

2) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – DANZE NAPOLEONICHE

3) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – DANZE NAPOLEONICHE

4) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – DANZE NAPOLEONICHE

5) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – DANZE NAPOLEONICHE

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – CASTELLO INGRESSO – al tramonto

1) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – CASTELLO COL TRICOLORE – 04/10/26

2) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – CASTELLO COL TRICOLORE – 04/10/26

1) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – REGGIMENTO FRANCESE -sullo sfondo il Castello col Tricolore

2) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – REGGIMENTO FRANCESE -sullo sfondo il Castello col Tricolore

3) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – REGGIMENTO FRANCESE -sullo sfondo il Castello col Tricolore

1) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

2) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

3) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

4) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

5) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

6) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

7) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

8) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

9) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – 1° RICHIESTA DI RESA – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI

10) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – 2° RICHIESTA DI RESA – SCONTRO TRA AUSTRIACI E FRANCESI – YouTube

11) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – RESA DEGLI AUSTRIACI CON ONORE DELLE ARMI – YouTube

12) PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – RESA DEGLI AUSTRIACI CON ONORE DELLE ARMI DEGLI UFFICIALI

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA CISPADANA E 1° TRICOLORE

PARMA: Battaglia di Montechiarugolo – IL PRIMO TRICOLORE – PER NON DIMENTICARE

RIFLESSIONE 200



L’importante sta nella vita, solo nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo e ininterrotto, e non nella scoperta stessa!

( Fjodor Dostoevskij – 1821-1881 )

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Buon fine settimana

A tutti i gentili Visitatori

Peste in Siberia, il caso si complica: le parole del dg OMS


Il sospetto caso di peste polmonare in un istituto di ricerca in Siberia è diventato un caso internazionale, ma al momento non c’è ancora una conferma del fatto che la malattia che ha portato alla morte di una dipendente del laboratorio sia stata proprio peste polmonare.

E se Donald Trump ha fatto sapere che intende parlarne “molto presto” con Vladimir Putin, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha chiesto a Mosca ulteriori informazioni sull’accaduto.

Il sospetto caso di peste

Anche l’Unione europea sta seguendo la vicenda attraverso il Comitato per la sicurezza sanitaria, insieme al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e all’Oms.

Il caso riguarda l’Istituto di ricerca anti-peste di Irkutsk, nella Siberia orientale. Una dipendente del laboratorio è morta il 2 ottobre scorso dopo essere stata ricoverata per una grave polmonite.

Le prime notizie diffuse dai media avevano ipotizzato che potesse trattarsi di peste polmonare, contratta in seguito a una possibile esposizione accidentale avvenuta all’interno dell’istituto.

L’ipotesi ha attirato particolare attenzione proprio per la natura della struttura coinvolta, specializzata nello studio e nel contrasto della peste. In risposta alla richiesta di verifica avanzata dall’Oms ai sensi del Regolamento sanitario internazionale, le autorità sanitarie russe hanno riferito che nell’Oblast di Irkutsk non sono stati registrati casi di peste di recente.

Hanno inoltre informato l’Oms dell’avvio di un’indagine epidemiologica e dell’attuazione di misure di prevenzione e controllo, con l’osservazione medica e i test diagnostici per i contatti individuati.

Secondo quanto riferito dal direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, tra i contatti “non è stata rilevata la presenza di patogeni ad alto rischio” e l’osservazione medica è stata completata.

L’organizzazione ha però chiesto ulteriori informazioni “per chiarire la causa della grave polmonite, il patogeno che ha reso necessarie le misure di sanità pubblica e le notizie diffuse dai media riguardanti un secondo dipendente affetto da polmonite di origine sconosciuta”. Tedros ha inoltre sottolineato che “la condivisione tempestiva, completa e trasparente delle informazioni, prevista dal Regolamento Sanitario Internazionale, è fondamentale per chiarire notizie contrastanti e consentire una valutazione accurata dei potenziali rischi per la salute pubblica”.

Le indiscrezioni sul secondo dipendente

A complicare il quadro ci sono inoltre le notizie, non confermate, relative a un secondo dipendente dell’istituto che avrebbe sviluppato una polmonite di origine sconosciuta. È proprio su questo punto che l’Oms ha chiesto ulteriori informazioni a Mosca, insieme ai dati relativi all’eventuale agente patogeno coinvolto.

Anche Bruxelles ha chiesto alla Russia di fornire “tempestivamente e in modo trasparente” informazioni sull’incidente, ritenendo necessari dati epidemiologici e microbiologici affidabili. Il comitato europeo per la sicurezza sanitaria sta discutendo il caso con gli Stati membri e con gli esperti dell’Ecdc e dell’Oms.

Le domande senza risposta

Il Cremlino, dal canto suo, ha respinto la ricostruzione di parte delle notizie circolate sulla vicenda. Il portavoce Dmitry Peskov, interpellato sul presunto secondo caso di polmonite di origine sconosciuta, ha affermato che i media stanno diffondendo “molte notizie” e che “la stragrande maggioranza” di quelle relative alla situazione è falsa.

Al momento il quadro resta quello di un decesso per grave polmonite in una struttura di ricerca specializzata nella peste, seguito da un’indagine epidemiologica e da misure di sorveglianza sui contatti.

L‘ipotesi di un caso di peste polmonare, che ha fatto scattare l’attenzione internazionale, non risulta invece confermata dalle informazioni rese disponibili finora.

Peste polmonare in Russia, 200 persone in quarantena: gli USA in allerta. Rischio biologico internazionale


Gli Usa sono in allerta dopo le notizie relative a un sospetto caso di peste in Russia. L’allarme della Casa Bianca è scattato dopo il decesso di una donna di 28 anni, Daria Shipilova, che lavorava presso un laboratorio di ricerca contro la peste nella regione russa di Irkutsk.

Shipilova è deceduta dopo essere stata ricoverata in ospedale. Le autorità non hanno confermato il motivo del decesso, ma dopo la scomparsa di Shipilova almeno 200 persone che erano state in contatto con lei e diverse strutture nell’area in cui lavorava sono state messe in quarantena.

Cosa è successo

Shipilova, una tecnica di laboratorio di 28 anni, potrebbe aver contratto la peste polmonare a causa della rottura di una provetta.

Eppure, dalle autorità russe non era giunto nessun riscontro fino a ora: «La situazione igienico-sanitaria nella regione di Irkutsk, nelle città di Irkutsk e Šelechov, è stabile.

Sono state organizzate e attuate misure specifiche in seguito alla malattia di una dipendente dell’Istituto di ricerca anti-peste della Siberia e dell’Estremo Oriente di Irkutsk, alla quale è stata diagnosticata una polmonite di natura non specificata», ha reso noto l’ufficio stampa del Rospotrebnadzor.

Approfonditi esami sui campioni prelevati dalla donna non hanno rilevato la presenza di microrganismi riconducibili alla sua attività lavorativa, si specifica nel comunicato dell’agenzia citato da Interfax, che prosegue sottolineando come negli ultimi 10 giorni non siano stati registrati casi di malattie infettive tra i dipendenti dell’istituto.

La quarantena

«In seguito alla notizia del caso, è stato organizzato e attuato con urgenza e in modo completo un complesso di misure antiepidemiche, in conformità con la normativa sanitaria; tra le altre cose, è stata individuata la più ampia cerchia possibile di persone entrate in contatto con la donna malata ed è stato predisposto un monitoraggio medico ospedaliero con esami di laboratorio quotidiani.

Sono stati riscontrati due casi di Covid-19 e due casi di infezione da rinovirus, mentre non sono stati rilevati agenti patogeni di altre malattie infettive», ha affermato il Rospotrebnadzor. «In nessuna delle persone venute a contatto con la paziente sono state riscontrate alterazioni dello stato di salute riconducibili a patologie infettive», ha aggiunto l’agenzia.

Bassetti: rischi biologici

«Mentre il mondo guarda con preoccupazione a quanto sta accadendo in Siberia, in Italia il dibattito pubblico sembra concentrarsi quasi esclusivamente su Garlasco, Ranucci e sulle dichiarazioni o iniziative di Vannacci.

Eppure, se le notizie provenienti dalla Russia su un caso di peste e sulle attività di un laboratorio biologico fossero confermate, ci troveremmo di fronte a una questione di tutt’altra portata: un problema di sicurezza sanitaria pubblica internazionale che meriterebbe la massima attenzione, trasparenza e vigilanza da parte della comunità scientifica e dei governi.

Non si tratta di creare allarmismo. È esattamente il contrario: di fronte a possibili rischi biologici, ciò che serve sono informazioni serie, verifiche indipendenti e capacità preventive», ha scritto Matteo Bassetti sui propri profili social. 

Cosa è la peste polmonare

La peste polmonare rappresenta la variante più aggressiva e pericolosa dell’infezione da Yersinia pestis, l’unica in grado di trasmettersi direttamente da uomo a uomo.

A fare il punto sulla patologia è l’Istituto Superiore di Sanità, che ne evidenzia l’elevato potenziale epidemico.

Se non trattata tempestivamente, la malattia ha un’evoluzione fulminante e un tasso di letalità che sfiora il cento per cento.

Il serbatoio naturale del batterio è rappresentato dai roditori selvatici e dalle loro pulci, ma l’essere umano può contrarre l’infezione attraverso tre vie principali.

1) La modalità più classica è la puntura di una pulce infetta, che solitamente scatena la forma bubbonica.

2) Esiste poi la via del contatto diretto con fluidi o tessuti di animali infetti, dinamica che si verifica ad esempio durante la caccia o la manipolazione delle carcasse.

3) Infine, la minaccia più temibile è la trasmissione per via respiratoria, che avviene attraverso l’inalazione di goccioline di saliva emesse con la tosse da un soggetto malato o tramite l’esposizione ad aerosol di laboratorio.

Sintomi e mortalità

La patologia si distingue per un periodo di incubazione estremamente breve, che varia normalmente da uno a quattro giorni.

L’esordio è violento e improvviso, caratterizzato da febbre alta, brividi, forti cefalee e una grave spossatezza generale.

Nel giro di poche ore il quadro clinico degenera in una polmonite acuta, manifestandosi con respiro corto, dolore toracico e tosse con espettorato sanguinolento.

In assenza di una terapia antibiotica immediata, il decorso della malattia è fulminante. Senza trattamenti specifici la morte può sopraggiungere in appena 18-24 ore dall’esordio dei primi sintomi.

Elettrodomestici da non collegare mai a una prolunga: ecco quali sono


Anche se pratiche, le prolunghe possono essere pericolose se utilizzate per collegare alcuni apparecchi ad alta potenza.

Alcune apparecchiature richiedono una potenza stabile e devono essere collegate direttamente a una presa di corrente per evitare rischi come cortocircuiti, sovraccarichi elettrici e persino incendi.

Scoprite quali sono gli elettrodomestici che richiedono un’attenzione particolare:

Friggitrice ad aria: apparecchio compatto ma potente, deve essere collegato a una presa dedicata. Le prolunghe possono danneggiare l’apparecchio o provocare incendi.

Microonde: consuma molta energia; l’uso di prolunghe può causare sovraccarichi e rischi per la sicurezza. Prevedere una presa dedicata.

Frigorifero: ha bisogno di energia costante per conservare gli alimenti. L’uso di prolunghe può compromettere il funzionamento e aumentare il consumo di elettricità.

Lavatrice: i cicli variano in base al consumo energetico, ma tutti hanno bisogno di prese dedicate per evitare rischi e danni.

Forno elettrico: richiede un elevato carico elettrico. Le prolunghe aumentano il rischio di sovraccarico e mettono a rischio la sicurezza dell’apparecchio.

Piano cottura a induzione: funziona esclusivamente con l’elettricità e necessita di una presa diretta per evitare cortocircuiti e garantire l’efficienza.

Aria condizionata: L’apparecchio ad alta potenza deve essere collegato a una presa stabile e dedicata per evitare danni e rischi per la sicurezza.

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Elettrodomestici da non collegare mai a una prolunga: ecco quali sono | Watch

RIFLESSIONE 199



Essere uomo fra gli uomini e restarlo sempre, in qualsiasi sventura non avvilirsi, non perdersi d’animo, ecco in che consiste la vita, ecco il suo compito.

( Fjodor Dostoevskij – 1821-1881 )

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Buon fine settimana

A tutti i gentili Visitatori

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano 1814


A Reggio Emilia si e svolto da venerdì 25 a domenica 27 settembre l’area dell’antica dimora dell’Ariosto ha ospitato la prima commemorazione del 212° Anniversario della Battaglia del Rodano, nota anche come Battaglia di San Maurizio, avvenuta proprio in questo luogo il 7 marzo 1814.

Questa battaglia è stata un evento significativo nella storia napoleonica, avvenendo tra l’esercito franco-italiano e l’esercito austro-napoletano, con l’obiettivo di conquistare Reggio Emilia.

L’evento, promosso dall’associazione culturale 51ème Régiment d’Infanterie de Ligne con il contributo del Comune di Reggio Emilia, vuole sensibilizzare la città, attraverso iniziative di rievocazione storica, su questo importante momento della storia locale e italiana ancora poco conosciuto.

Domenica 27 settembre, alle ore 10, in presenza dell’Assessore Prandi Ing. Davide è stata inaugurata una targa commemorativa donata dall’Associazione e posta sulla facciata della Chiesa di San Maurizio, a memoria della battaglia e dei caduti.

RIEVOCATORI

51 EME REGIMENT D’INFANTERIE DE LIGNE

APS NAPOLEONICA FENIX ( 7° Reggimento Fanteria di Linea )

AUSTRIACI

STORIA

È doveroso ricordare il 212° anniversario dell’ultima grande battaglia campale napoleonica in Italia, uno scontro recentemente riscoperto e sino ad oggi poco conosciuto, complice la scarsità di fonti a disposizione.

Fu una battaglia campale di dimensioni imponenti, 30.000 effettivi impiegati, una concentrazione di 56.000 uomini in 3 km quadrati.

7 Marzo 1814, al primo chiarore dell’alba il tuono dell’artiglieria austriaca irrompe fragoroso sul mulino di San Maurizio, è l’inizio della battaglia del Rodano. 6.000 franco-italiani di Beauharnais approfittarono della corrente del fiume e del terreno fangoso per trincerarsi lungo l’argine arroccandosi tra il cimitero e la chiesa della città.

Tennero valorosamente testa per sette ore ai soverchianti 20.000 austro-napoletani che, una volta raggiunti dai rinforzi combinati di cavalleria ungherese e fanteria britannica, ebbero la meglio sull’avamposto.

Pietro Bigi, allora parroco di San Maurizio, ricorda con sgomento la violenza degli scontri annotando come lo stesso generale Severoli, privato della gamba destra da un colpo di artiglieria austriaca, non abbandonò il comando per scongiurare il disastro.

Uno dei segni lasciati tra il mulino e le colline reggiane dal corpo di Beauharnais in difesa della Pianura Padana è una palla di cannone tutt’oggi incastonata nella facciata della Chiesa di San Maurizio.

La mattina del 7 marzo l’edificio fu convertito in piazzaforte divenendo uno strenuo avamposto di difesa, le panche servirono per delle barricate, vennero praticate delle feritoie lungo le pareti e tre fori nell’abside per consentire il fuoco a dei pezzi d’artiglieria affacciati sull’argine.

La “chiesa sparante” divenne la protagonista della battaglia insieme al ponte sul Rodano della Via Emilia, attraversato a fine giornata dal caparbio e sventato Murat alla testa di 31.000 austro-napoletani.

Quella sera le soverchiate truppe francesi, nonostante le vittorie di Caldiero e del Mincio, cedettero Reggio Emilia abbandonando il Dipartimento del Crostolo alla restaurazione Estense. Il computo dei caduti resta sconosciuto, il contingente franco-italiani lasciò 820 uomini sul campo, mentre le truppe alleate dovettero lamentare perdite molto superiori.

Le fosse comuni furono 5, i rapporti restano incompleti, ma è certo che gli uomini fuori combattimento furono diverse migliaia.

La sconfitta di San Maurizio è una delle più grandi battaglie napoleoniche consumatasi sul suolo Italiano da Marengo, contemporanea agli ultimi giorni dell’Impero è tra gli scontri che segnano la defitiva conclusione della presenza francese nell’Europa meridionale.

Il 23 aprile Eugenio di Beauharnais fu costretto a siglare la Convenzione di Mantova, per poi esiliarsi in Baviera. Entro maggio le restanti guarnigioni del Regno d’Italia dovettero arrendersi. La caduta del Regno fu un evento traumatico per i patrioti e intellettuali italiani che videro infrangersi il sogno di un’Italia unita.

La prima esperienza di unità nazionale della storia moderna, segnata dalla nascita del Tricolore Italiano del 1797 e dall’avvento di una forma di governo disciplinata da assetti legislativi moderni, finì

Ispirato dalla disfatta, Manzoni scrisse un canto intitolato “Aprile 1814” in cui auspicava il mantenimento dell’indipendenza del regno, un’esile speranza infranta dal Congresso di Vienna. Il ricordo di uno stato italiano libero e liberale sotto Napoleone diede la spinta necessaria ai patrioti durante il Risorgimento per continuare a lottare per l’unificazione.

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1) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano-Accampamento

2) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano-Accampamento – YouTube

3) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano-Accampamento

1) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI ITALIANI

2) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI ITALIANI

3) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI ITALIANI

4) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI ITALIANI

5) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI ITALIANI

1) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI FRANCOITALIANO

2) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI FRANCOITALIANO

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – IL VESSILLO ITALIANO

3) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI FRANCOITALIANO

4) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI FRANCOITALIANO

5) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI FRANCOITALIANO

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – RIENTRO AL CAMPO FRANCOITALIANO

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – AL CAMPO FRANCOITALIANO – SALUTO

1) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – DIDATTICO – YouTube

2) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – DIDATTICO

6) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI FRANCESI

7) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI FRANCESI

1) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI AUSTRIACHE

2) REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ESERCITAZIONI AUSTRIACHE

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – PARTENZA FRANCESI E AUSTRIACI

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – INAUGURAZIONE TARGA COMMEMORATIVA

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – ATTESTATO DI RINGRAZIAMENTO al 7 Reggimento

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – POSIZIONAMENTO DELLA CORONA IN MEMORIA DI TUTTI I CADUTI

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – AL CAMPO FRANCESI ITALIANI AUSTRIACI

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – AL CAMPO – MANOVRE ITALIANI FRANCESI UFFICIALI FRANCESI E DAME

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – AL CAMPO – DAME AUSTRIACHE

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – AL CAMPO – MANOVRE AUSTRIACHE

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – AL CAMPO – MANOVRE ITALIANI

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – SCONTRO TRA FRANCESI ED AUSTRIACI

REGGIO EMILIA: Battaglia del Rodano – FRANCESI E ITALINI CONTRO AUSTRIACI

Covid in Francia, impennata di casi con febbre alta e forti emicranie: i nuovi sintomi


Anomala crescita di casi di infezioni da Sars-CoV 2 in Francia. I consulti medici per Covid sono aumentati del 76% in una settimana nel Paese, secondo i dati ministeriali riportati dalla stampa.  

Tra tutti i pazienti che arrivano negli ambulatori dei dottori di medicina generale, 1 su 5 presenta ormai sintomi respiratori che suggeriscono un’infezione virale, con i classici sintomi: febbre sopra ai 38 gradi e mal di testa – difficile da differenziare senza i test, che tornano quindi in auge, mentre la sanità pubblica continua la sorveglianza e il monitoraggio delle varianti.

Nel Paese la campagna vaccinale comincerà, in contemporanea con l’antinfluenzale, più tardi, il 15 ottobre, rispetto all’Italia dove parte già da inizio mese.  

I professionisti della salute tornano a ricordare l’importanza delle misure di protezione individuale, dell’uso della mascherina, del lavaggio delle mani, della vaccinazione per le persone a rischio.

Tra le categorie che hanno priorità nella vaccinazione Oltralpe ci sono le donne in gravidanza, i pazienti asmatici, affetti da Bpco, da patologie cardiache, da diabete, da problemi renali o immunocompromessi.

Le alluvioni colpiscono la Thailandia: per le strade di Bangkok si gira con canoe di fortuna

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RIFLESSIONE 198



Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.

( Fjodor Dostoevskij – 1821-1881 )

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Buon fine settimana

A tutti i gentili Visitatori

Artemisialab – Cesmet: In Congo l’epidemia di Ebola è fuori controllo


 

L’epidemia di Ebola causata dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo non accenna a fermarsi. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Sanità Pubblica congolese diffusi il 18 settembre, i casi confermati sono 7.541 e i decessi 3.639, con una letalità del 48%. Il 5 agosto erano 3.748 casi e 1.657 morti: in sette settimane i numeri sono raddoppiati.

È quanto emerge dal bollettino di aggiornamento del Polo Viaggi Artemisialab – Cesmet – Clinica del Viaggiatore di Roma, diretto dall’infettivologo e tropicalista Paolo Meo.

“Parliamo di un’epidemia fuori controllo in senso tecnico – spiega Meo -. La risposta internazionale è cresciuta moltissimo, ma non è ancora riuscita a piegare la curva nazionale né a fermare l’espansione geografica”.

Da inizio agosto il Paese registra in media circa 80 nuovi casi confermati al giorno, senza segni di discesa. Le province colpite sono passate da cinque a sette, le zone sanitarie da 49 a 62, su un’area paragonabile a quella del Regno Unito. Nel Nord Kivu, a ridosso dei confini con Uganda e Ruanda, i casi settimanali sono quasi raddoppiati in due settimane. A Katwa, quartiere di Butembo, la letalità supera il 68%.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ammette che molti decessi avvengono ancora nelle case e non nei centri di cura, spesso fra persone che non comparivano in nessuna lista di contatti.

Esistono quindi catene di contagio che nessuno sta seguendo. Il Comitato di Emergenza dell’OMS ha stimato che le infezioni reali possano essere tre o quattro volte quelle confermate. Ha anche avvertito che, senza un rapido cambio di rotta, l’epidemia potrebbe superare quella dell’Africa occidentale del 2013-2016, che contò oltre 28.000 casi e più di 11.000 morti.

Non mancano i segnali positivi, che il bollettino Artemisialab – Cesmet riporta: nelle zone più colpite dell’Ituri la trasmissione è in calo, i contatti seguiti sono saliti all’87,6%, i guariti superano i 1.800. L’Uganda ha chiuso la propria epidemia. “Ma, come dice Medici Senza Frontiere, l’epidemia non si sta restringendo: si sta spostando”, osserva Meo.

Il caso che preoccupa: il Sud-Ubangi. Il 10 settembre il virus è stato confermato nel Sud-Ubangi, all’estremo nord-ovest del Paese, a oltre mille chilometri dall’epicentro e al confine con Repubblica Centrafricana e Congo-Brazzaville. Il paziente, un uomo di 23 anni già deceduto, avrebbe attraversato il Paese con transiti, secondo fonti congolesi, anche in Ruanda e Uganda.

“Un solo ragazzo che attraversa mezzo Congo e due frontiere racconta meglio di qualsiasi modello come si diffonde questa epidemia”, commenta Meo. “Il rischio internazionale non viaggia in aereo verso l’Europa: viaggia su strada, in moto e in barca fra i Paesi vicini.”

E l’Italia? Il bollettino del Polo Viaggi Artemisialab – Cesmet separa i fatti dalle paure. Dal 13 luglio non si registrano nuovi casi esportati fuori dall’Africa.

In Europa i casi sono stati tre, tutti operatori sanitari o umanitari, tutti guariti e senza contagi secondari. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) stima molto basso il rischio di importazione. Ebola non è un virus respiratorio: si trasmette solo per contatto diretto con i liquidi biologici di una persona malata, e chi è infetto ma senza sintomi non contagia.

“A chi mi chiede se deve avere paura rispondo con franchezza: per chi vive in Italia il rischio di ammalarsi di Ebola resta remotissimo – dice Meo -. Il rischio che mi interessa è un altro: che ci si abitui a leggere questi numeri come una notizia lontana. E che il giorno in cui un cooperante o un missionario rientrerà con la febbre, nessuno gli chieda da dove arriva. La prima difesa dell’Europa non è l’aeroporto: è la domanda giusta fatta al triage”.

L’ordinanza del Ministero della Salute del 29 maggio obbliga chi rientra da Congo o Uganda a dichiararsi alla ASL entro 24 ore. Ha una validità di 120 giorni e scade quindi intorno al 26 settembre. Alla chiusura del bollettino Artemisialab – Cesmet non risultavano individuati atti di proroga.

“In caso di rinnovo – suggerisce Meo –, andrebbe rivisto l’elenco dei Paesi: l’Uganda è uscita dall’epidemia, mentre oggi contano di più i flussi da Centrafrica e Congo-Brazzaville”.

Gli Stati Uniti hanno invece prorogato fino all’11 ottobre il blocco degli ingressi per chi è stato di recente in Congo, Uganda o Sud Sudan.

Non esiste ancora un vaccino né una terapia di efficacia dimostrata contro il virus Bundibugyo. Sono in sperimentazione tre vaccini e tre terapie. Il 21 settembre l’OMS ha annunciato in Ituri l’avvio del trial con Ervebo, il vaccino registrato contro il virus Zaire, sul personale di prima linea. Gli studi di efficacia dei vaccini specifici sono attesi fra ottobre e novembre.

Il Polo Viaggi Artemisialab – Cesmet consiglia di rinviare i viaggi non essenziali nelle province colpite; Kinshasa e il sud del Paese restano fuori dalle aree di trasmissione. Ricorda inoltre che in tutta l’area la malaria resta la causa più probabile di febbre e va prevenuta con la chemioprofilassi.

A chi rientra con febbre entro 21 giorni viene raccomandato di non presentarsi spontaneamente al pronto soccorso: prima si telefona al medico o alla ASL e si dichiara il viaggio.

BCE, Lane e i governatori avvertono: Nuovo shock energetico rinvierà il rientro dell’inflazione al 2027


Il capo economista dell’Eurotower e i membri del Consiglio direttivo delineano un quadro di inflazione persistente, guidata da gas e petrolio.

Da Lagarde a Nagel, da Stournaras a Panetta: i banchieri centrali valutano i rischi di un nuovo strappo sui prezzi e l’impatto sui tassi.

Una nuova impennata dei costi dell’energia rischia di complicare il percorso di rientro dell’inflazione nell’area euro, mantenendo i prezzi su livelli elevati più a lungo di quanto stimato finora. A lanciare l’allarme è Philip Lane, capo economista della Banca Centrale Europea, che in un’intervista al quotidiano svizzero Le Temps ha delineato uno scenario caratterizzato da pressioni rialziste diffuse e da una politica monetaria destinata a rimanere rigorosa. Un orientamento condiviso da numerosi esponenti del Consiglio direttivo, concordi nel ritenere che la stabilità dei prezzi debba rimanere la priorità assoluta per salvaguardare la tenuta economica dell’Eurozona.

La seconda ondata dei prezzi e la mappa dei rischi inflazionistici

Secondo Lane, l’Eurozona si trova ad affrontare un secondo ciclo di rincari che non riguarda soltanto il greggio, ma si estende in modo significativo anche al gas naturale. Questa dinamica rischia di trasferirsi sui costi dell’elettricità, sui beni di consumo e sul carrello della spesa alimentare, mentre i servizi dovrebbero mostrare una dinamica più contenuta.

Di conseguenza, la convergenza dell’inflazione verso il target del 2% subirebbe uno slittamento, con un rientro proiettato non prima della metà del 2027. Nei prossimi mesi l’indice dei prezzi al consumo potrebbe toccare picchi nell’ordine del 4%, per poi assestarsi su una media del 3% nell’anno in corso e del 2,5% nel successivo.

L’analisi condotta da Lane trova un’ampia sponda nelle valutazioni espresso da diversi membri del board. Il governatore estone Kaasik ha rimarcato come i rischi per l’inflazione rimangano chiaramente orientati al rialzo, avvertendo che i responsabili della politica monetaria non dovrebbero attendere la trasmissione dei rincari energetici sui salari prima di agire.

Il compito della banca centrale, secondo Kaasik, è proprio quello di fare in modo che tali effetti di secondo impatto non arrivino mai a manifestarsi.

Sulla stessa linea si attesta il governatore croato Žigman, il quale ha sottolineato la necessità di contrastare con massima fermezza la fiammata dei prezzi. Secondo Žigman, un’inflazione lasciata fuori controllo finirebbe inevitabilmente per mettere a rischio la stessa crescita economica dell’area euro. Una preoccupazione condivisa anche dal finlandese Rehn, che pur individuando nel canale energetico la causa primaria dell’escalation, ha invitato l’Eurotower a non mostrare alcuna compiacenza di fronte alle attuali pressioni sui prezzi.

Tassi di interesse: stretta a ottobre o linea della prudenza?

Di fronte a un quadro inflattivo che stenta a raffreddarsi, all’interno del Consiglio direttivo si fa sempre più acceso il dibattito sull’opportunità di varare un ulteriore aumento del costo del denaro già nella riunione di ottobre.

Il governatore greco Stournaras, pur raccomandando vigilanza di fronte al susseguirsi di shock dall’offerta, non ha escluso una stretta imminente qualora dovesse verificarsi un’impennata dei costi energetici.

A spingere verso un atteggiamento ancora più restrittivo è anche il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel.

Il banchiere tedesco ha segnalato che, per garantire il definitivo ancoraggio dell’inflazione al target, la BCE potrebbe trovarsi costretta a spingere i tassi ufficiali oltre la soglia di neutralità, posizionando la politica monetaria in un territorio nettamente restrittivo.

Dal canto suo, la presidente Christine Lagarde ha ribadito la ferma intenzione dell’istituto di garantire la stabilizzazione dell’inflazione al 2% nel medio termine, pur precisando che non esiste un legame meccanico tra il costo dell’energia e i taggi d’interesse. Secondo Lagarde, i tassi non si muovono automaticamente nella stessa direzione dei prezzi energetici, poiché l’impatto dei rincari incide contemporaneamente su più variabili, a partire da consumi e crescita, imponendo una valutazione globale e ponderata dei dati.

L’impatto dell’AI sull’inflazione

Se lo scenario di base prefigurato da Lane evidenzia un’economia capace di mantenere un ritmo di espansione moderato ma stabile, sostenuto dai programmi europei NextGenerationEU e dagli investimenti infrastrutturali tedeschi, emergono nuove forze di lungo periodo destinate a condizionare la traiettoria dei prezzi. Tra queste spicca l’impatto delle nuove tecnologie sulla produttività e sulla domanda aggregata.

A sollevare l’argomento è stato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che ha richiamato l’attenzione sulle implicazioni monetarie legate alla diffusione dell’intelligenza artificiale. Secondo Panetta, la politica monetaria dovrà analizzare con cura la distribuzione dei guadagni di produttività generati dall’AI: se la tecnologia sosterrà le aspettative di reddito, stimolando consumi e investimenti, finirebbe per alimentare un’inflazione più persistente.

Al contrario, qualora dovesse prevalere il canale dell’automazione, l’incertezza sull’occupazione spingerebbe le famiglie ad aumentare il risparmio a scapito dei consumi, facendo emergere anticipatamente le spinte disinflazionistiche della tecnologia.

In questo contesto ricco di variabili, la rotta della BCE rimane strettamente legata all’evoluzione dei dati, con i governatori pronti a valutare tutte le opzioni sul tavolo nelle prossime riunioni.

RIFLESSIONE 197



A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.

( Fjodor Dostoevskij – 1821-1881 )

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Buon fine settimana

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RIFLESSIONE 196

MODENA: Mutina Boica – L’Aquila e la Regina


Ogni civiltà ha una sua frontiera. Per Roma, nessuna fu più lontana, difficile e simbolica della Britannia.

Fu la terra che Giulio Cesare riuscì soltanto a sfiorare, anticipando la conquista di quasi un secolo dopo dell’imperatore Claudio.

La terra che oppose a Roma una delle più grandi rivolte della sua storia, guidata dalla regina Boudicca. E fu infine la terra che, nel tramonto dell’Impero, conservò il ricordo dell’ultima resistenza romano-britanna.

Per quasi cinque secoli la Britannia rimase ai margini dell’Impero Romano. Eppure quei margini divennero il centro di una storia destinata ad attraversare i secoli.

Qui il mondo romano incontrò il cuore più autentico della civiltà celtica, conservata più a lungo che altrove; qui si confrontarono due idee diverse di potere, di appartenenza e di libertà; qui nacquero racconti che ancora oggi abitano la memoria europea e che, in qualche modo, continuano a definirne l’identità.

Mutina Boica 2026 percorre questo lungo arco storico, dalle spedizioni di Cesare alla conquista imperiale, dalla rivolta di Boudicca, proponendo un viaggio di quasi cinquecento anni nella storia della Britannia romana, custode della più ricca tradizione narrativa del mondo celtico giunta fino a noi.

Non per cercare facili analogie con il presente, ma perché ogni epoca conosce i propri confini, ogni civiltà incontra il proprio limite e ogni generazione torna a interrogarsi sul significato della libertà.

La storia non offre risposte. Continua, però, a porre le stesse domande.

STORIA

Boudicca (pronuncia /bouˈdikka), o Bodicca, o ancora Boadicea, è stata una Regina della tribù degli Iceni, una popolazione che viveva nell’Inghilterra orientale. Guidò la più grande Rivolta anti-romana delle tribù dell’isola.

Il suo nome è stato tramandato in diversi modi a causa di corruttele presenti nei manoscritti medioevali delle opere tacitiane: dal XVII agli inizi del XIX secolo si registra, infatti, un’alternanza tra le forme Boadicea e Voadica.

Basandosi sull’evoluzione del gallese e dell’irlandese, il linguista Kenneth Jackson ha concluso che il nome originale in brittonico antico dovrebbe essere stato Boudica (AFI: /bɒʊ’diː.ka:/). La parola deriva dalla radice celtica *boudā, che significa “vittoria”.

Le fonti principali sulla vita della regina e sulla sua rivolta provengono dal De vita et moribus Iulii Agricolae di Tacito e dalla Storia Romana di Cassio Dione.

Biografia

Secondo Tacito, Boudicca era parte di una famiglia nobile e all’età di circa sette anni sarebbe andata a vivere con una seconda famiglia, presso cui rimase fino ai 14 anni circa. Fu in questo periodo che apprese storia, tradizioni, religione e cultura delle tribù celtiche e imparò l’arte militare.

Moglie del Re degli Iceni

Nel 43 gli Iceni, abitanti dell’Inghilterra orientale e alleati con Roma, si rivoltarono quando il legato Publio Ostorio Scapula ordinò il disarmo totale della tribù a causa di diverse ribellioni scoppiate sull’isola. Gli Iceni si coalizzarono con altre tribù vicine, tuttavia furono sconfitti e il re Antedio fu deposto e sostituito da un re filo-romano, Prasutago, anche se la tribù mantenne la propria indipendenza.

Attorno al 47 Boudicca tornò a casa e la sua famiglia la diede in moglie a Prasutago stesso, dal quale ebbe due figlie.

«Era una donna molto alta e dall’aspetto terrificante. Aveva gli occhi feroci e la voce aspra. Le chiome fulve le ricadevano in gran massa sui fianchi. Quanto all’abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d’oro e una tunica variopinta. Il tutto era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse.»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, 62, 2)

Secondo il testamento del re il regno doveva essere equamente diviso tra la moglie, le figlie e l’Imperatore Romano (all’epoca Nerone).

Era pratica normale per Roma concedere l’indipendenza ai regni alleati solo finché erano vivi i re clienti che però dovevano lasciare in eredità a Roma i loro regni. La legge romana, inoltre, riconosceva validità solo all’eredità per linea maschile, così, quando Prasutago morì, i suoi tentativi di mantenere il proprio regno indipendente furono vanificati ed esso fu annesso dai Romani. Terre e proprietà furono confiscate ai nobili Iceni e Boudicca fu umiliata venendo esposta nuda in pubblico e frustata, mentre le giovani figlie furono stuprate.

La ribellione

Nel 60 o 61, mentre il proconsole romano Gaio Svetonio Paolino stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey (nel Galles settentrionale), gli Iceni e i loro vicini, i Trinovanti, si ribellarono sotto la guida di Boudicca, furiosa per l’affronto subito e desiderosa di vendetta.

Il primo obiettivo dei ribelli fu la colonia romana di Camulodunum (odierna Colchester), dove era presente molto risentimento verso i veterani Romani, che durante la loro permanenza avevano ripetutamente vessato la popolazione locale.

Ci fu una scarsa resistenza da parte dei locali e gli ultimi difensori furono assediati nel tempio dedicato al divo Claudio, arrendendosi dopo due giorni.

Il futuro governatore, Quinto Petilio Ceriale, al comando della Legio IX Hispana cercò di riconquistare la città, ma fu sconfitto.

L’esercito ribelle incendiò e rase al suolo anche Londinium (l’odierna Londra), che non aveva sufficienti truppe per difendersi dai ribelli, e Verulamium (oggi St Albans), per un totale di morti che si stima tra le 70 000 e le 80 000 persone.

Anche secondo gli storici successivi la rivolta fu particolarmente pericolosa per i Romani:

(latino)

«In re militari nihil omnino ausus Britanniam paene amisit. Nam duo sub eo nobilissima oppida capta illic atque eversa sunt.»

(italiano)
«Egli [Nerone] non intraprese nessuna conquista militare e la Britannia fu quasi completamente perduta. Sotto di lui due città molto famose [in Britannia] furono prese e distrutte [Londra e Colchester].»

(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, VII, 14)

La morte

Mentre gli Iceni saccheggiavano Verulamium, Paolino riunì le truppe superstiti, ossia le legioni XIV Gemina e XX Valeria Victrix (la IX Hispana aveva subito ingenti perdite, mentre la II Augusta aveva ignorato gli ordini di Paolino), e si scontrò con Boudicca lungo la cosiddetta Watling Street (nella Britannia centro-meridionale).

Nonostante i Romani fossero in inferiorità numerica, inflissero una dura sconfitta ai ribelli, decimandoli. Stando a Tacito, Boudicca si avvelenò pur di non cadere nelle mani dei Romani, anche se secondo Cassio Dione si ammalò e morì di stenti poco dopo. 

I ribelli continuarono ad opporre resistenza; tuttavia, privati della loro carismatica leader, furono presto sconfitti, e la Britannia tornò definitivamente sotto la dominazione romana.

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MODENA: Mutina Boica – Castum ( Accampamento Militare Romano ) 43 a.c.

MODENA: Mutina Boica – ( Accampamento Celtico o Gallico ) 43 a.c.

1) MODENA: Mutina Boica – ESERCITAZIONI LEGIONARI

2) MODENA: Mutina Boica – ESERCITAZIONI LEGIONARI

3) MODENA: Mutina Boica – ESERCITAZIONI LEGIONARI

MODENA: Mutina Boica – TESTUGINE ROMANA

MODENA: Mutina Boica – Scuola di Scherma Antica

1) MODENA: Mutina Boica – Scuola di Scherma Antica

2) MODENA: Mutina Boica – Scuola di Scherma Antica – Gladiatori

3) MODENA: Mutina Boica – Scuola di Scherma Antica – Gladiatori

4) MODENA: Mutina Boica – Scuola di Scherma Antica – Gladiatori

5) MODENA: Mutina Boica – Scuola di Scherma Antica – Gladiatori

1) MODENA: Mutina Boica – La Ribellione 60 o 61 a.c.

2) MODENA: Mutina Boica – La Ribellione 60 o 61 a.c.

MODENA: Mutina Boica – Lotta Libera

3) MODENA: Mutina Boica – La Ribellione 60 o 61 a.c.

4) MODENA: Mutina Boica – La Ribellione 60 o 61 a.c.

5) MODENA: Mutina Boica – La Ribellione 60 o 61 a.c.

6) MODENA: Mutina Boica – La Ribellione 60 o 61 a.c.

7) MODENA: Mutina Boica – La Ribellione 60 o 61 a.c.

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RIFLESSIONE 195

Non aiuti, ma risarcimento climatico. Il Nepal chiede 20 milioni di dollari


Non più aiuti ma risarcimenti: il governo di Kathmandu cambia passo dopo l’alluvione che a fine agosto ha travolto il Paese.

La fase di emergenza si è conclusa e ora si cominciano a fare i conti. Il metro che il Nepal vuole utilizzare non è più quello delle donazioni emotive ma del calcolo economico.

Nel disastro che ha colpito il Paese la crisi climatica ha un ruolo: ha indebolito i ghiacciai, ha aumentato i processi di erosione che portano al collasso interi versanti montani, ha reso fragile il permafrost, la roccia ghiacciata che fa da collante nelle alte quote.

La responsabilità della crisi è collettiva, ma non è divisa in parti uguali: chi ha inquinato di più ha più responsabilità. E il Nepal, colpito duramente, non è certo tra i maggiori inquinatori né in assoluto né pro capite.

Dunque chi pagherà i danni prodotti dal collasso di una grande lingua di ghiaccio?

Il ministro degli esteri Shisir Khanal lo ha detto senza giri di parole: a pagare devono essere le economie più grandi e più inquinanti, quelle con un grande debito storico con l’atmosfera. È, ha ribadito, una questione di responsabilità morale, non di carità.

A motivare la durezza del linguaggio è la dimensione del disastro. Il crollo parziale di un ghiacciaio ha innescato una frana e poi una piena che ha attraversato il Tibet controllato dalla Cina e il Nepal.

Un’onda alta fino a 20 metri formata da acqua, fango e detriti si è mossa a quasi 180 chilometri orari cancellando villaggi, strade, centrali elettriche. Il bilancio provvisorio parla di oltre 1.300 morti accertati e più di 5.500 dispersi.

I danni superano i 5 miliardi di dollari, con più di 20 mila abitazioni e l’autostrada principale da ricostruire.

Il paradosso sta nei numeri delle emissioni. Il Nepal incide per meno dello 0,1% dei gas serra prodotti nel mondo, eppure paga uno dei prezzi più alti.

La catena himalayana condivisa con India, Cina e Bhutan si scalda quasi del 50% più rapidamente della media globale, e secondo le Nazioni Unite le montagne nepalesi hanno perso quasi un terzo del loro ghiaccio nell’arco di poco più di 30 anni. “Abbiamo contribuito molto poco al cambiamento climatico”, ha ricordato Khanal, chiedendo che chi ha costruito la propria ricchezza su economie molto più inquinanti si assuma il peso della riparazione dei danni.

La cifra chiesta da Kathmandu 20 milioni di dollari al Fondo Onu per le perdite e i danni è piccola sulla carta ma pesantissima nel significato, perché mette alla prova un meccanismo ancora fragile.

Nato alla conferenza sul clima del 2022 e reso operativo l’anno successivo, il Fondo doveva incarnare il principio secondo cui chi ha inquinato di meno non può restare solo nel momento in cui viene colpito da un disastro climatico.

Le promesse, però, si fermano poco sopra gli 800 milioni di dollari e solo 448 milioni sono stati versati: una frazione minuscola rispetto a bisogni che alcune stime collocano intorno ai 937 miliardi l’anno. Non a caso diverse organizzazioni avvertono che, senza nuovi contributi, le casse rischiano di svuotarsi già nel 2027.

Il caso nepalese, però, si affaccia in un momento in cui il vento giuridico sta cambiando. Nel luglio 2025 la Corte internazionale di giustizia ha emesso, per la prima volta e all’unanimità, un parere sugli obblighi degli Stati in materia di clima: il diritto internazionale impone di prevenire danni gravi al sistema climatico, e l’inazione può far scattare una responsabilità.

Non è una sentenza vincolante, ma sposta il baricentro del discorso. Proteggere il clima smette di essere un atto di buona volontà e diventa un dovere. È esattamente il terreno su cui si muove Kathmandu quando chiede un risarcimento e non un’elemosina.

Dietro il Nepal si intravede una fila che si allunga di anno in anno. Dalle isole del Pacifico che rischiano di venire sommerse e che hanno portato la questione all’Aja alle nazioni caraibiche piegate dagli uragani, la domanda è sempre la stessa e diventa sempre più difficile da eludere: chi paga i costi crescenti della crisi climatica? 

Finlandia, inaugurati 200 chilometri di recinzione con il confine russo

Ebola Bundibugyo, oltre 3.000 morti in Congo: cos’è il ceppo senza vaccino approvato video

MANTOVA MEDIEVALE: il 5 e 6 settembre la manifestazione che fa rivivere la storia e l’atmosfera del XIV secolo


A Mantova si e svolta la ventiduesima edizione di MANTOVA MEDIEVALE, la manifestazione che sabato 5 e domenica 6 settembre si e rivissuto sul Lungolago Gonzaga l’atmosfera storica di un villaggio del XIV secolo.

L’atteso appuntamento si ripropone alla cittadinanza e ai numerosi visitatori grazie all’impegno costante dei membri dell’Associazione La Compagnia della Rosa a.d. 1403, al patrocinio e al contributo del Comune di Mantova e del Consiglio del Regionale della Regione Lombardia e con il sostegno di UISP e della Fondazione Comunità Mantovana.

Il Lungolago Gonzaga, da Porto Catena al ponte di San Giorgio, e l’area verde attigua al Castello di San Giorgio si e trasformato per l’intero fine settimana in un fedele spaccato della vita quotidiana, civile e militare, del periodo compreso tra il 1380 e il 1410.

L’evento ha permesso al pubblico di calarsi nelle atmosfere dell’anno del Signore 1397, offrendo un’importante occasione di divulgazione storica attraverso il contatto diretto con oggetti, abiti e strumenti ricostruiti con rigore filologico.

Novità di questa edizione di Mantova Medievale è la sinergia con il Museo Virgilio che alle ore 16 di sabato 5 settembre ospiterà nei suoi spazi il laboratorio “Scriptorium” a cui si potrà partecipare gratuitamente su prenotazione da inviare all’indirizzo mail mantovamedievale@gmail.com . Il Museo Virgilio curerà speciali attività didattiche dedicate all’antica arte della calligrafia e della miniatura medievale dal titolo “L’origine della scrittura, laboratorio e didattica sulla scrittura gotica”.

Il programma della manifestazione è stato presentato questa mattina nella sala Consiliare del Municipio dall’assessora del Comune di Mantova Alessandra Riccadonna e, per l’associazione Mantova Medievale-La Compagnia della Rosa ad.1403, dal presidente Marcello Bertolini e dal consigliere e tesoriere Sebastiano Formigoni.

L’accesso alla manifestazione e a tutte le attività proposte e gratuito.

• L’Accampamento Storico: Oltre 150 rievocatori provenienti da tutta Italia ed Europa animeranno la vita da campo con tende storiche, mostre d’armature e dimostrazioni di attività quotidiane di una compagnia di ventura.

• Artigianato dal Vivo: All’interno dell’accampamento storico i rievocatori presenteranno le loro ricostruzioni attività artigiana che permetterà di ammirare la creazione di oggetti fatti a mano e di scoprirne i segreti.

• Attività per il Pubblico: Grandi e piccini potranno cimentarsi nel lancio della scure danese, e partecipare a percorsi didattici e laboratori creativi strutturati sul tema dei mestieri antichi e dell’araldica.

• La Battaglia Campale: Nella serata di sabato 5 nell’area del lungo lago si terrà la prima battaglia campale quando l’esercito milanese risalì il fiume Po fino alle rive del Mincio. Domenica 6 nell’area antistante il Castello di San Giorgio farà da cornice alla rievocazione dei fatti d’armi del 1397, quando le truppe gonzaghesche respinsero l’attacco dei Visconti.

• Spettacoli Itineranti: Musici, giullari, teatranti e spettacoli di fuoco si susseguiranno per tutta la durata dell’evento, arricchendo l’offerta culturale.

• Esposizione dei rapaci: per tutta la durata della manifestazione vi sarà una esposizione di rapaci e civette.

“Mantova Medievale” si conferma l’unica rievocazione storica della città e una delle manifestazioni estive di maggior rilievo nel panorama locale, forte di una tradizione che nel corso degli anni ha saputo attrarre numerosi visitatori e sviluppare sinergie importanti con realtà scientifiche e museali del territorio, come gli esperti di archeologia sperimentale.

Informazioni utili:

• Luogo: Lungolago Gonzaga / Prati del Castello di San Giorgio, Mantova

• Date: sabato 5 e domenica 6 settembre 2026

• Ingresso: Gratuito

• Organizzazione: Associazione Culturale Mantova Medievale – La Compagnia della Rosa A.D. 1403 – ASD

• Contatti e Social: mantovamedievale@gmail.com | Facebook: mantova.medievale.

Instagram compagnia_della_rosa_ad1403

• Per prenotazione del laboratorio Scriptorium: mantovamedievale@gmail.com 

GUARDA VIDEO

1) MANTOVA: Rievocazione 1397, quando le truppe gonzaghesche respinsero l’attacco dei Visconti.

2) MANTOVA: Rievocazione 1397, quando le truppe gonzaghesche respinsero l’attacco dei Visconti.

3) MANTOVA: Rievocazione 1397, quando le truppe gonzaghesche respinsero l’attacco dei Visconti.

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1) MANTOVA: Scontro in armi tra cavalieri

2) MANTOVA: Scontro in armi tra cavalieri

RIFLESSIONE 194



Chi scava la fossa all’altro, ci finisce dentro pure lui.

( Fjodor Dostoevskij – 1821-1881 )

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Buon fine settimana

A tutti i gentili Visitatori

Dormire con 30 gradi: cosa succede davvero al nostro corpo durante la notte


Quando il termometro resta a 30 gradi anche di notte, il corpo fatica a raffreddarsi e il sonno ne risente pesantemente.

Questo articolo esplora in dettaglio cosa avviene realmente all’organismo quando si tenta di dormire con 30 gradi, analizzando i meccanismi di termoregolazione, le alterazioni delle fasi del riposo, i rischi per la salute e le strategie pratiche per mitigare i danni. È utile a chiunque soffra di notti calde, a persone fragili, anziani, lavoratori turnisti e a tutti gli appassionati di fisiologia e benessere che vogliono capire come proteggere il proprio sonno dalle temperature elevate.

Introduzione

Dormire con 30 gradi non è semplicemente scomodo. Rappresenta una vera e propria sfida fisiologica. Durante le ore notturne la temperatura corporea centrale deve scendere di circa 1 °C per favorire l’addormentamento e il passaggio alle fasi più profonde del riposo.

Quando l’ambiente rimane intorno ai 30 gradi, questo meccanismo si inceppa. Il corpo continua a lavorare per disperdere calore attraverso sudorazione, vasodilatazione periferica e aumento del flusso sanguigno verso la cute.

Il risultato è un sonno più leggero, frammentato e meno ristoratore. Studi globali su milioni di notti monitorate dimostrano che le notti con temperature minime superiori ai 25-30 °C riducono la durata del riposo di 10-15 minuti e aumentano sensibilmente la probabilità di dormire meno di sette ore.

Il fenomeno riguarda sempre più persone a causa del cambiamento climatico e delle cosiddette notti tropicali. Capire esattamente cosa succede al nostro corpo permette di adottare strategie mirate e di non sottovalutare i rischi a lungo termine per cuore, sistema immunitario e funzioni cognitive.

Cosa succede alla termoregolazione quando si tenta di dormire con 30 gradi

Il centro della termoregolazione si trova nell’ipotalamo. Di sera, in condizioni ideali (tra i 16 e i 20 °C circa), l’ipotalamo attiva la vasodilatazione distale: il sangue viene dirottato verso mani e piedi per disperdere calore. La temperatura cutanea sale mentre quella centrale scende, preparando il terreno al sonno. Con 30 gradi ambientali questo processo viene ostacolato.

Il gradiente termico tra corpo e ambiente si riduce drasticamente e la dispersione di calore diventa inefficiente, soprattutto se l’umidità è elevata.

Il corpo risponde aumentando la sudorazione. Tuttavia, se l’aria è già satura di umidità, il sudore non evapora e l’effetto refrigerante viene meno. Si genera così un circolo vizioso: temperatura centrale più alta, maggiore attivazione simpatica, risvegli frequenti e sensazione di spossatezza al mattino. Durante il sonno REM la capacità di termoregolazione si riduce ulteriormente, rendendo questa fase particolarmente vulnerabile al caldo.

Effetti sulle fasi del sonno

Le ricerche di laboratorio e gli studi sul campo concordano: a 30 gradi si osserva una riduzione significativa del sonno profondo (N3) e del REM. Uno studio su anziani ha mostrato che passando da 25 a 30 °C l’efficienza del sonno cala del 5-10 % e il tempo totale di riposo può diminuire di circa un’ora.

Il sonno leggero aumenta, così come i periodi di veglia dopo l’addormentamento. Il risultato è un riposo frammentato che non permette il corretto recupero fisico e mentale. La memoria, la regolazione emotiva e il sistema immunitario risentono particolarmente di queste alterazioni.

Conseguenze fisiologiche notturne del caldo eccessivo

Durante una notte a 30 gradi il cuore lavora di più. La frequenza cardiaca resta più elevata perché il sangue deve essere pompato verso la periferia per favorire la dispersione termica. La pressione arteriosa può subire oscillazioni e il rischio cardiovascolare aumenta, soprattutto nelle persone già fragili. La disidratazione legata alla sudorazione prolungata peggiora ulteriormente il quadro, riducendo il volume plasmatico e aumentando la viscosità del sangue.

Anche il sistema nervoso autonomo rimane in uno stato di maggiore attivazione simpatica. Questo interferisce con il naturale shift verso il parasimpatico tipico del sonno ristoratore. Al mattino ci si sente stanchi, irritabili e meno concentrati. Se le notti calde si ripetono, si accumula un debito di sonno che può favorire problemi metabolici, aumento di peso e maggior rischio di patologie croniche.

Chi soffre di più

Anziani, bambini, donne in menopausa, persone con patologie cardiovascolari o respiratorie e chi vive in abitazioni scarsamente isolate sono i soggetti più vulnerabili. Negli anziani la termoregolazione è già meno efficiente e la percezione della sete diminuisce, aumentando il rischio di disidratazione. Le donne spesso riportano una maggiore sensibilità al caldo notturno a causa delle fluttuazioni ormonali.

Strategie pratiche per migliorare il riposo quando fa caldo

Anche senza condizionatore è possibile intervenire. Ecco alcune azioni utili:

  • Abbassare le tapparelle e le tende durante il giorno per limitare l’ingresso di calore.
  • Arieggiare nelle ore più fresche della sera e della notte creando correnti d’aria.
  • Utilizzare lenzuola e pigiami in fibre naturali traspiranti (cotone, lino, bambù).
  • Fare una doccia tiepida (non fredda) 60-90 minuti prima di coricarsi per favorire la successiva dispersione di calore.
  • Bere acqua regolarmente durante la giornata e tenere un bicchiere sul comodino.
  • Evitare pasti pesanti, alcol e caffeina nelle ore serali.
  • Posizionare un ventilatore in modo da creare un flusso d’aria leggero, eventualmente rivolto verso una superficie umida per aumentare l’effetto evaporativo.

Queste misure non eliminano completamente il problema del dormire con 30 gradi, ma riducono sensibilmente il carico termico e migliorano la qualità del riposo.

Il ruolo dell’umidità e della ventilazione

L’umidità relativa elevata peggiora nettamente gli effetti del caldo. Uno studio classico ha dimostrato che condizioni di 35 °C con umidità al 75 % riducono in modo marcato il sonno profondo e il REM rispetto a condizioni più secche. La ventilazione, anche a temperature elevate, può recuperare parte del sonno profondo e del REM, come osservato in esperimenti controllati su anziani.

Impatto a lungo termine e prospettiva climatica

Le proiezioni climatiche indicano che le notti con temperature superiori ai 25-30 °C diventeranno sempre più frequenti. Uno studio globale basato su oltre 7 milioni di registrazioni di sonno ha calcolato che le notti molto calde (>30 °C) riducono già oggi la durata del riposo di circa 14 minuti rispetto alle condizioni ottimali. Senza adattamento, entro la fine del secolo ogni persona potrebbe perdere tra le 50 e le 58 ore di sonno all’anno a causa delle temperature elevate.

Questo debito cumulativo ha ripercussioni sulla produttività, sulla salute mentale e sul rischio di malattie croniche. Proteggere il sonno diventa quindi una questione di salute pubblica oltre che individuale.

Conclusioni su dormire con 30 gradi: cosa succede davvero al nostro corpo durante la notte

Dormire con 30 gradi costringe l’organismo a un lavoro extra di termoregolazione che interferisce con il naturale calo della temperatura corporea, riduce le fasi ristorative del sonno e aumenta il carico cardiovascolare e simpatico.

Le conseguenze immediate sono risvegli frequenti, sonno leggero e stanchezza diurna. A lungo termine i rischi riguardano cuore, metabolismo e funzioni cognitive.

La consapevolezza di questi meccanismi permette di adottare strategie semplici ed efficaci per limitare i danni e preservare la qualità del riposo anche nelle notti più calde.

Domande Frequenti su dormire con 30 gradi: cosa succede davvero al nostro corpo durante la notte

Chi è più a rischio quando si tenta di dormire con temperature intorno ai 30 gradi? Anziani, bambini, donne in menopausa e persone con patologie croniche. Consiglio: monitorare attentamente i segnali di disidratazione e surriscaldamento in queste categorie.

Cosa succede esattamente alla temperatura corporea durante una notte a 30 gradi? La temperatura centrale non riesce a scendere adeguatamente e resta più alta del normale, ostacolando l’addormentamento e le fasi profonde. Consiglio: favorire la dispersione di calore con docce tiepide e lenzuola traspiranti.

Quando il caldo notturno diventa particolarmente dannoso per il sonno? Quando le temperature minime superano stabilmente i 25-30 °C e l’umidità è elevata. Consiglio: intervenire preventivamente con ventilazione e ombreggiamento già dal pomeriggio.

Come si può migliorare il riposo senza aria condizionata? Creando correnti d’aria, usando tessuti naturali e abbassando la temperatura corporea prima di coricarsi. Consiglio: sperimentare la combinazione di ventilatore e superficie umida.

Dove conviene dormire in casa durante le notti più calde? Nella stanza più fresca e meglio ventilata, eventualmente anche non nella camera da letto abituale. Consiglio: valutare di trasferire temporaneamente il letto in ambienti orientati a nord o meno esposti al sole.

Perché il caldo disturba così tanto il sonno? Perché interferisce con il meccanismo fisiologico di abbassamento della temperatura centrale necessario per l’addormentamento e il mantenimento del riposo profondo. Consiglio: considerare il controllo della temperatura ambientale come parte integrante dell’igiene del sonno.

Alluvione in Nepal e Tibet, i morti sono più di 1.100


 

Le inondazioni al confine tra Cina e Nepal hanno causato almeno 1.114 morti in Nepal e 3.916 dispersi, secondo quanto comunicato dalle autorità preposte alla gestione delle emergenze, a una settimana dal disastro. 

I media statali cinesi hanno riportato 16 morti in Tibet e 546 dispersi, portando il bilancio totale del disastro del 26 agosto a 1.130 morti e 4.462 dispersi. 

Bce verso nuovo rialzo dei tassi: lo shock energetico spinge l’inflazione al 3,3%


L’attuale shock, dovuto in parte alla guerra ancora in corso in Medio Oriente e alla conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, è molto diverso dall’episodio del 2021-22, hanno spiegato i due economisti.

“I fattori sfavorevoli sul lato dell’offerta di energia hanno spiegato circa il 90% dell’aumento dell’inflazione energetica tra gennaio e maggio 2026. In questo periodo, la politica monetaria e quella di bilancio hanno esercitato solo una lieve pressione al ribasso sull’inflazione energetica”, si legge nel documento.

Dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente alla fine di febbraio, la BCE non ha aumentato subito i tassi di interesse.

Il primo rialzo è arrivato l’11 giugno, quando ha portato il tasso sui depositi dal 2% al 2,25%, il primo aumento in tre anni, nel tentativo di contenere l’inflazione.Expand article logo

Anche nello scenario più ottimistico della BCE di allora, che ipotizzava una fine precoce della guerra, non ci si aspettava che l’inflazione tornasse all’obiettivo del 2% prima del 2027.

Con la guerra che continua e l’inflazione salita al 3,3% in agosto (dal 2,9% di luglio), la BCE dovrebbe aumentare nuovamente i tassi, dal 2,25% al 2,50%, nella riunione del 10 settembre, secondo le indicazioni dei mercati.

La risposta di politica monetaria è più “graduale” questa volta, ha spiegato la BCE nel documento, mentre nel 2021-22 “la BCE ha aumentato i tassi di interesse in modo deciso e costante”, hanno scritto gli economisti.

A differenza di oggi, l’impennata dell’inflazione del 2021-22 è stata alimentata da “una combinazione di fattori di offerta e di domanda ampi e senza precedenti”.

Sebbene l’energia abbia avuto un ruolo, questo “non è stato esclusivo”, ha precisato la BCE.

“Tra i fattori di offerta figuravano le interruzioni delle catene di approvvigionamento globali e gli shock sull’offerta di energia, in particolare a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Tra i fattori di domanda vi erano il rapido rimbalzo della domanda dopo la pandemia, rafforzato da politiche di bilancio e monetarie espansive”.

Ebola, l’epidemia accelera: oltre 2.700 morti e più di 5.700 positivi. Iniziate le vaccinazioni, ma sono per un ceppo diverso


 

L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo si conferma la più rapida in diffusione mai registrata, come ha sottolineato ieri il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. 

Il virus continua ad avanzare nella provincia del Nord Kivu, la più colpita. Si segnalano altre due zone sanitarie colpite, Biena e Manguredjipa, portando a 60 le regioni del contagio in 6 province, cioè l’Ituri (epicentro dell’epidemia), il Nord-Kivu, il Sud-Kivu, l’Haut-Uélé, il Bas-Uélé e Tshopo.

Oltre 2.700 decessi 

I numeri sono impressionanti, l’ultimo aggiornamento del 26 agosto, riporta 5.794 casi confermati e 2.786 decessi. 

Dall’inizio dell’epidemia del virus Bundibugyo sono guarite 1.293 persone. In isolamento ci sono 843 i pazienti e il tasso di mortalità si è attestato al 48,1%.

Iniziate le vaccinazioni con Ervebo

Il ministro della Salute della Rdc, Roger Kamba, ha inaugurato ufficialmente ieri una campagna di vaccinazione con il vaccino Ervebo, a Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, per proteggere la popolazione e gli operatori sanitari e il personale in prima linea.

La vaccinazione è iniziata anche nella zona sanitaria di Buta, nel Bas-Uélé. Sono state distribuite oltre 50mila dosi di questo vaccino, ha fatto sapere il ministro Kamba, citato dall’agenzia stampa congolese Acp.

La campagna di vaccinazione in 14 zone

Il programma di uso compassionevole dovrebbe coprire 14 zone sanitarie selezionate nelle province di Tshopo, Bas-Uélé e Haut-Uélé, come spiegato da Placide Mbala Kingebeni, direttore per la ricerca, le sperimentazioni cliniche e l’innovazione di Africa Cdc.

Durante la fase di somministrazione verranno raccolti dati per valutare la potenziale efficacia del vaccino contro il virus Bundibugyo, responsabile dell’attuale epidemia.

Ma l’Ervebo è studiato per l’Ebola Zaire 

Infatti Ervebo è autorizzato per la prevenzione della malattia causata dal virus Ebola Zaire, mentre non esiste ancora un vaccino approvato contro Bundibugyo. 

Studi di laboratorio hanno suggerito che Ervebo potrebbe offrire un certo grado di protezione contro il patogeno che sta attualmente colpendo la Rdc, ma la sua efficacia sull’uomo deve ancora essere stabilita.

Finita epidemia di Ebola in Uganda

Invece è finita l’epidemia di Ebola in Uganda, lo ha annunciato l’Organizzazione mondiale della Sanità: non sono stati registrati nuovi contagi per 42 giorni dopo le dimissioni dell’ultimo paziente ricoverato.

L’epidemia era iniziata il 15 maggio in una provincia della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) orientale, al confine, e in Uganda. Ma in quest’ultimo i casi sono stati contenuti con 20 positivi confermati e solo due decessi, e con diverse guarigioni. L’ultimo paziente è stato dimesso dall’ospedale il 16 luglio.

LIBIA: blackout e benzina introvabile nel Paese del petrolio


A Tripoli si entra in negozio con la torcia del telefono accesa. Fuori ci sono quasi 50 gradi, dentro manca la corrente.

Nell’estate 2026 la Libia, il Paese con le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, vive una delle crisi più pesanti degli ultimi anni: blackout prolungati, scaffali vuoti, frigoriferi fermi, benzina difficile da trovare.

Per restare aperto, Slimen Fitouri ha comprato un generatore: “I black out mi hanno creato molti problemi, soprattutto con i prodotti alimentari. Anche i frigoriferi si sono rotti: due hanno smesso di funzionare. La nostra attività ne ha risentito e non siamo più riusciti a tenere in negozio molti prodotti alimentari”.

Il generatore permette di riaccendere le luci, ma consuma carburante. Ma anche benzina e gasolio mancano. Alle stazioni di servizio le code possono durare ore, con auto in fila e gente in attesa di riempire le taniche.

“Si può restare un’intera giornata in fila davanti a una stazione di servizio per riuscire ad avere 10 o 15 litri di benzina, o semplicemente per fare il pieno”, dice Abdeslam Zarti, abitante di Tripoli.

La crisi nasce in un Paese spaccato tra due governi rivali, con infrastrutture poco mantenute, investimenti insufficienti e traffici di carburante.

Secondo l’Onu e gli esperti, la ricchezza petrolifera non basta a far funzionare i servizi essenziali. Per Béchir Jouini, ricercatore, “Il problema dei servizi, in Libia, in particolare elettricità e carburante, è prima di tutto un problema di governance, di gestione e di volontà politica. Sono tre elementi collegati”.

La Libia produce petrolio e importa una parte rilevante dei carburanti di cui ha bisogno. Ma una quota rilevante non arriva alle centrali e ai distributori: finisce nelle reti di contrabbando, all’interno del Paese o oltreconfine.

E’ il paradosso della vita quotidiana oggi a Tripoli: in un Paese ricco di petrolio, la corrente salta e la benzina si aspetta in coda. 

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Libia, blackout e benzina introvabile nel Paese del petrolio | Watch

Fango e distruzione nel distretto di Nuwakot: in Nepal si scava tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti

Alluvione in Nepal, proseguono le operazioni di soccorso dopo la devastante frana video


Proseguono le operazioni di soccorso in Nepal e in Cina, nella regione del Tibet, dopo la devastante colata di fango, rocce e ghiaccio che ha provocato centinaia di vittime e di dispersi.

I detriti si stanno asciugando e solidificando, lasciando emergere l’entità della distruzione di villaggi e infrastrutture.

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Alluvione in Nepal, proseguono le operazioni di soccorso dopo la devastante frana video | Watch

Msf: Per molti pazienti Ebola è una stregoneria. Ma il sorriso di chi guarisce ci resta nel cuore


Ebola non esiste e chi entra in un centro di cura ne esce morto. Sono alcune delle false credenze che rendono più difficile la lotta contro l’ultima epidemia, iniziata ufficialmente nella Repubblica Democratica del Congo il 17 maggio, cento giorni fa.

Per affrontare anche queste diffidenze Mirella Riccardi, psicologa di 42 anni di Napoli, è partita con Medici Senza Frontiere a giugno, pochi giorni dopo l’ufficializzazione di un focolaio che oggi conta 5.021 contagi e 2.378 vittime: quasi una su due.

E’ l’epidemia più rapida fra le 17 vissute dall’Africa finora e la seconda più letale. E’ diffusa soprattutto nell’est del paese, ma continua a guadagnare nuove province.

Come viene accolta la vostra presenza?

“Dipende molto dalle comunità. In alcuni territorio incontriamo all’inizio paura e diffidenza. Sono reazioni che vanno comprese anche alla luce della storia del Congo: una colonizzazione violenta, in un territorio ferito da povertà, guerre e guerriglie. Ricordiamoci del Covid. Anche molti di noi all’inizio hanno negato la malattia e le sue cure. Alcuni meccanismi psicologici di fronte alla paura sono simili. Quando riusciamo a superarli, anche le misure preventive e le terapie diventano un po’ più semplici”.

Lei che reazioni ha osservato?

“Ho passato il primo periodo a Goma. E’ una città talmente martoriata da guerre, guerriglie ed epidemie da essere abituata alla presenza delle organizzazioni non governative. Diversa è stata la situazione a Butembo, dove Medici Senza Frontiere è meno conosciuta. Lì la relazione con la popolazione ha richiesto più tempo. Abbiamo incontrato anche persone molto diffidenti e in alcuni casi atteggiamenti minacciosi. Per alcuni Ebola era un’invenzione dei bianchi”.

Ricorda un episodio particolare?

“Una donna molto malata è stata trasferita d’urgenza da un ospedale normale al nostro centro Ebola. Era ferrea nel suo rifiuto di entrare e la famiglia la sosteneva, talvolta con un tono minaccioso, continuavano a ripeterci che nei centri Ebola i pazienti venivano uccisi.

Medici, infermieri psicologi, ci siamo messi tutti insieme per ascoltare le loro paure e rispondere alle domande. Così abbiamo convinto la donna a farsi ricoverare. Dopo molte giornate davvero brutte ha iniziato a migliorare. Noi la curavamo sia nella sua stanza, con le tute gialle protettive, sia da una finestra che permette ai pazienti di dialogare sempre con qualcuno, di vedere anche i familiari, visto che i ricoveri sono spesso lunghi.

Il suo sorriso quando è guarita è il ricordo più intenso che porto da questa missione. Voleva il gilet di Medici Senza Frontiere per raccontare nel suo villaggio che era guarita. Era una donna piena di allegria ed energia”.

Poi ci sono molte donne che non vogliono lasciare i loro figli e rischiano di ammalarsi con loro.

“A Butembo è arrivata una bambina di circa dieci anni. La mamma non sentiva ragioni, doveva restare accanto a lei. Le abbiamo ricoverate insieme e con nostra sorpresa la madre non si è ammalata.

In tre settimane di ricovero si è lamentata per il cibo, per la noia, per i tempi lunghi necessari a ottenere i test, ma poi ci ha ringraziato per tutte le attenzioni che le avevamo rivolto. Quando sono uscite abbiamo organizzato una grande festa”.

Questa diffidenza vuol dire che molti malati muoiono a casa, diffondendo vieppiù la malattia?

“Purtroppo sì. Molti decessi avvengono in comunità e non in ospedali protetti. Le ragioni sono diverse: la distanza dai centri sanitari, la difficoltà degli spostamenti, la paura dell’isolamento o di essere separati dalla propria famiglia.

Anche alcune pratiche quotidiane possono aumentare il rischio di trasmissione. Le persone ad esempio continuano a mangiare in cerchio con le mani nello stesso piatto, a eseguire funerali non sicuri.

Ho incontrato una donna anziana convinta che la malattia della figlia avesse un’origine diversa da quella indicata dai medici: per lei era stregoneria. Ne discuteva con argomentazioni molto coerenti all’interno del suo sistema culturale e nessuno è riuscito a farle cambiare idea.

In genere i pazienti arrivano nei centri Ebola quando stanno davvero male. E’ così che si diffonde la voce che nei nostri ospedali si muoia spesso, ma noi facciamo di tutto per raccontare in giro anche le esperienze positive”.

Questa epidemia, causata da un ceppo meno noto di Ebola chiamato Bundibugyo, colpisce più i bambini?

“Gli studi epidemiologici sono ancora in corso ma nei nostri centri abbiamo ricoverato molti bambini, anche di pochi mesi.

E accanto ai bambini quasi sempre si ammalano anche le mamme. Dal punto di vista emotivo questa è stata un’esperienza molto provante. Eppure è la mia seconda epidemia di Ebola, sono stata in Yemen, Haiti, Palestina”.

C’è stato un episodio che l’ha toccata più di altri?

“Due fratelli ricoverati insieme una sera, di 9 e 12 anni. Sono stati messi nella stessa stanza e uno dei due è morto mentre l’altro gli dormiva accanto. E’ rimasto traumatizzato, neanche la madre riusciva a consolarlo. Ci siamo dati da fare tantissimo per aiutarlo, anche con gli psicologi locali”.

Che rapporto avete con i medici del luogo?

“A Butembo ci ha aiutato molto un medico appartenente all’ordine dei guaritori tradizionali. Ci raccontava che la maggior parte dei suoi colleghi accetta l’idea dell’esistenza di Ebola e dell’efficacia delle cure ufficiali.

Solo una minoranza nega le tesi scientifiche, ma d’altronde è accaduto anche ad alcuni dei nostri medici con il Covid”.

INDONESIA: 500 italiani bloccati

Terremoto in Indonesia, gli aggiornamenti dipingono un quadro preoccupante: i soccorritori cercano sopravvissuti


Il devastante terremoto che ha colpito l’Indonesia ha provocato delle ripercussioni preoccupanti. Il Paese, pur essendo soggetto a episodi analoghi e ad attività vulcaniche trovandosi lungo il punto di incontro di tre principali placche tettoniche, si è trovato costretto a fronteggiare una catastrofe naturale di magnitudo 7.7.

L’entità dei danni è elevata, così come emerge dagli ultimi aggiornamenti.

Il terremoto in Indonesia ha provocato il danneggiamento di quasi 1000 edifici: i prossimi aggiornamenti potrebbero rivelare effetti maggiori

L’agenzia meteorologica e geofisica indonesiana ha dichiarato che il terremoto ha colpito l’isola di Flores poco prima delle 5:00 (ora locale) di sabato.

La profondità registrata, inoltre, si aggira intorno ai 15 chilometri. A seguito della catastrofe naturale l’Agenzia nazionale per la gestione dei disastri (BNPB) ha iniziato a diffondere le prime stime. Come anticipato, sono oltre 900 le abitazioni danneggiate, centinaia invece gli edifici colpiti.

È importante sottolineare che a provocare danni così significativi non è stato unicamente il terremoto, ma anche le successive 341 scosse di assestamento registrate in seguito. Attualmente non è possibile riportare con accuratezza la portata dei danni effettiva, anche a causa di un secondo terremoto di magnitudo 6.9 verificatasi all’altra estremità dell’Indonesia.

Le scosse, riferisce la BBC, sono state avvertire fino alla zona ovest del Paese. Tuttavia, la provincia di Manggarai risulta essere la più colpita.

Le vittime registrate fino a oggi sono 47. Il BNPB dichiara che oltre 5.000 persone stanno sostando nei centri di evacuazione.

La massima priorità è offrire supporto agli sfollati, cercando di rispondere in maniera tempestiva all’emergenza, sottolinea l’Agenzia nazionale. In ragione di ciò, sono stati mandati 10.500 pacchi di aiuti nelle zone colpite.

L’allarme tsunami emesso poco dopo la scossa fortunatamente è stato revocato circa tre ore dopo. Tuttavia, le frane continuano a bloccare l’accesso ad alcuni villaggi. Mentre i soccorritori cercando di operare sotto ogni fronte, alla popolazione viene suggerito di mantenere la calma ed evitare zone a rischio.