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Kubla Khan

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Kubla Khan
Titolo originaleKubla Khan: or, A Vision in a Dream. A Fragment
AutoreSamuel Taylor Coleridge
1ª ed. originale1816
Generepoesia
Sottogenerepoemetto lirico
Lingua originaleinglese

Kubla Khan (/ˌkʊblə ˈkɑːn/), sottotitolato A Vision in a Dream. A Fragment («Una visione in sogno. Un frammento»), è un poemetto lirico di 54 versi di Samuel Taylor Coleridge, pubblicato per la prima volta nel 1816 insieme a Christabel e The Pains of Sleep.[1]

Nella prefazione Coleridge ha presentato il poema come il frammento superstite di una composizione concepita durante un sonno indotto da un farmaco oppiaceo e interrotta dalla visita di una «persona di Porlock». Questo racconto ha esercitato una forte influenza sulla ricezione dell’opera, sebbene la sua attendibilità e il carattere effettivamente incompiuto del testo siano stati discussi dalla critica.[2][3]

Composizione e pubblicazione

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Nella prefazione all’edizione del 1816 Coleridge ha collocato la composizione nell’estate del 1797, durante un soggiorno in una fattoria isolata fra Porlock e Linton. Dopo avere assunto un «anodino», generalmente identificato con l’oppio, si sarebbe addormentato mentre leggeva un passo del Purchas his Pilgrimage di Samuel Purchas, nel quale erano descritti il palazzo e il giardino fatti costruire da Kublai Khan a Xanadu.[4]

Secondo il suo resoconto, durante circa tre ore di sonno avrebbe composto inconsapevolmente fra duecento e trecento versi. Al risveglio avrebbe cominciato a trascriverli, ma la visita di una persona giunta da Porlock per affari lo avrebbe trattenuto per oltre un’ora; al ritorno nella stanza avrebbe ricordato soltanto alcuni versi e immagini isolate.[4]

La data esatta della composizione resta discussa. La prefazione del 1816 indica l’estate del 1797, mentre un’annotazione presente nel cosiddetto manoscritto Crewe, scoperto nel 1934, parla dell’autunno dello stesso anno. Altri studiosi hanno proposto una datazione più tarda, intorno al 1799-1800. Il manoscritto documenta inoltre una versione precedente del poema e alcune successive revisioni.[5][2]

Il testo è rimasto inedito fino al 1816, quando Coleridge lo ha pubblicato su sollecitazione di George Gordon Byron.[3] La prefazione lo presentava, con cautela, più come una «curiosità psicologica» che per i suoi presunti meriti poetici.[4]

Struttura e contenuto

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Il poema non segue una trama narrativa lineare, ma si sviluppa attraverso tre movimenti. Nel primo Kubla Khan ordina la costruzione di un palazzo del piacere a Xanadu, presso il fiume sacro Alph, circondato da mura, giardini, ruscelli e antiche foreste.

L’attenzione si sposta quindi su un «profondo abisso romantico», dal quale una fontana erompe con violenza generando il fiume. Dopo avere attraversato il paesaggio con un corso sinuoso, l’Alph raggiunge caverne «incommensurabili all’uomo» e precipita in un oceano senza vita, mentre Kubla ode lontane voci ancestrali che profetizzano una guerra. L’immagine culmina nell’apparizione dell’ombra del palazzo sulle onde, unendo il «duomo solare» alle «caverne di ghiaccio».

Nell’ultima parte compare una voce in prima persona, che ricorda la visione di una fanciulla abissina intenta a suonare un dulcimer e a cantare del monte Abora. Il poeta immagina che, se riuscisse a richiamare in sé quella musica, potrebbe ricostruire nell’aria il palazzo di Kubla. La figura del poeta ispirato susciterebbe allora negli spettatori insieme meraviglia e timore.

Forma e organizzazione sonora

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Il metro di Kubla Khan è stato spesso descritto come libero o irregolare. Ewan James Jones ha tuttavia osservato che il poema presenta un’elaborata organizzazione sonora e combina modelli metrici e generici differenti. L’apertura evoca il metro della ballata, ma lo modifica attraverso inversioni ritmiche e versi di diversa estensione; nelle sezioni successive interagiscono pentametri giambici, distici e una fitta serie di versi di undici sillabe con terminazione femminile, accostati da Jones all’endecasillabo italiano.[2]

Le variazioni di metro, rima e accento non costituiscono quindi una successione casuale, ma producono una struttura polimetrica. Assonanze, allitterazioni e ripetizioni contribuiscono all’andamento incantatorio del testo, mentre l’espressione mingled measure («misura mescolata») può essere letta anche come un richiamo alla varietà formale del poema.[2]

Fonti e interpretazioni

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Il passo di Purchas indicato da Coleridge costituisce la fonte più evidente dell’apertura. Il metodo classico di studio delle fonti è stato sviluppato da John Livingston Lowes in The Road to Xanadu del 1927. Lowes ha ricostruito la vasta rete di letture, resoconti di viaggio, opere geografiche e immagini conservate nella memoria di Coleridge, interpretando il poema come il risultato della loro associazione e trasformazione da parte dell’immaginazione.[6]

Nigel Leask ha successivamente ricondotto le immagini del poema a un contesto storico e politico più preciso, comprendente il resoconto dell’ambasceria britannica in Cina di George Leonard Staunton e i viaggi in Africa di James Bruce. Secondo Leask, la prefazione del 1816 tende a ricomporre la Cina di Kubla e l’Abissinia della fanciulla in un Oriente onirico indistinto, mentre nel contesto originario la loro contrapposizione possedeva implicazioni culturali e politiche più determinate.[5]

Il rapporto fra la costruzione di Kubla e la creazione poetica costituisce uno dei temi principali della critica. Il palazzo ordinato dal sovrano e quello che il poeta vorrebbe «costruire nell’aria» sono stati spesso interpretati come immagini parallele dell’opera d’arte e della potenza dell’immaginazione.

Michael Raiger ha proposto una lettura differente, individuando nel poema una rete di riferimenti al Paradiso perduto di John Milton e agli scritti di Francesco Bacone, in particolare al saggio Of Gardens e alla La nuova Atlantide. In questa prospettiva il giardino di Kubla non rappresenterebbe un modello ideale di creazione, ma un paradiso artificiale e instabile: la forza naturale del fiume e dell’abisso finirebbe per mettere in crisi il tentativo umano di misurare e dominare la natura.[3]

Raiger interpreta inoltre la visione onirica non come una celebrazione dell’ispirazione passiva, ma come una critica della Fancy, la facoltà associativa priva dell’azione della ragione e della volontà. Il mancato recupero del canto della fanciulla segnerebbe quindi il limite, anziché il trionfo, della creazione poetica involontaria.[3]

Alla pubblicazione, Kubla Khan ha ricevuto un’attenzione limitata rispetto a Christabel. Alcuni recensori lo hanno considerato al di sotto della discussione critica o lo hanno accolto come una curiosità priva di sufficiente coerenza, anche sulla base della prudente presentazione fornita dallo stesso Coleridge.[1]

Nel corso del XX secolo il poema è invece divenuto una delle opere maggiormente studiate di Coleridge. Il racconto dell’oppio e della persona di Porlock è stato variamente accettato, contestato o interpretato come parte integrante dell’opera, mentre il testo ha dato origine a letture psicoanalitiche, strutturaliste, politiche, femministe e postcoloniali.[1] Il contrasto fra la sua dichiarata frammentarietà e la forte coesione formale continua a costituire uno dei principali problemi interpretativi.[2][3]

Fortuna e traduzioni italiane

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La prima traduzione italiana di Kubla Khan è stata pubblicata da Mario Praz nel 1925, nell’antologia Poeti inglesi dell’Ottocento. Sono seguite, fra le altre, le versioni di Maria Luisa Cervini del 1931, Mario Luzi del 1948, Riccardo Bacchelli del 1954, Marcello Pagnini, Alessandro Ceni ed Edoardo Zuccato.[7]

Franco Nasi ha interpretato la successione delle traduzioni come una testimonianza del mutare del gusto poetico e delle concezioni della traduzione nella cultura italiana. Le diverse versioni hanno privilegiato di volta in volta la regolarità metrica, la linearità sintattica, il ritmo o la trama fonica dell’originale. Nasi ha inoltre osservato che la prefazione in prosa di Coleridge, determinante per la lettura del poema come sogno e frammento, non è stata sempre riprodotta nelle edizioni italiane.[7]

  1. 1 2 3 (EN) Stefan Ball, Coleridge's Ancestral Voices, in Contemporary Review, vol. 278, n. 1624, maggio 2001, pp. 298-300.
  2. 1 2 3 4 5 (EN) Ewan James Jones, The Sonic Organization of “Kubla Khan”, in Studies in Romanticism, vol. 57, n. 2, 2018, pp. 243-264, DOI:10.1353/srm.2018.0011.
  3. 1 2 3 4 5 (EN) Michael Raiger, Fancy, Dreams, and Paradise: Miltonic and Baconian Garden Imagery in Coleridge's “Kubla Khan”, in Studies in Philology, vol. 110, n. 3, 2013, pp. 637-665.
  4. 1 2 3 (EN) Samuel Taylor Coleridge, Christabel; Kubla Khan: A Vision; The Pains of Sleep, Londra, John Murray, 1816.
  5. 1 2 (EN) Nigel Leask, Kubla Khan and Orientalism: The Road to Xanadu Revisited, in Romanticism, vol. 4, n. 1, 1998, pp. 1-21, DOI:10.3366/rom.1998.4.1.1.
  6. (EN) John Livingston Lowes, The Road to Xanadu: A Study in the Ways of the Imagination, Boston, Houghton Mifflin, 1927.
  7. 1 2 Franco Nasi, Un frammento sul fiume. Il “Kubla Khan” di Coleridge in Italia, in ri.tra. Rivista di traduzione: teorie pratiche storie, n. 1, 2023, pp. 10-33, DOI:10.13135/2975-0873/8317.
  • (EN) Samuel Taylor Coleridge, Christabel; Kubla Khan: A Vision; The Pains of Sleep, Londra, John Murray, 1816.
  • Samuel Taylor Coleridge, I poemi demoniaci. La rima dell’antico marinaio, Christabel, Kubla Khan, a cura di Marcello Pagnini, Firenze, Giunti, 1996, ISBN 9788809208438.
  • Samuel Taylor Coleridge, La ballata del vecchio marinaio. Kubla Khan, traduzione di Alessandro Ceni, introduzione di Ettore Canepa; testo inglese a fronte, Milano, Feltrinelli, 2008, ISBN 9788807820915.

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