Ne ho visti 110 di film usciti in sala, o su piattaforme legali online, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2016. Non tantissimi per chi fa il critico cinematografico di mestiere, ma abbastanza per rivendicare il diritto di una mia personalissima classifica di quelli che ritengo i 10 film migliori dell’anno. Sia chiaro: ogni classifica è sbagliata, è ontologicamente fatta per essere insultata, smontata e rivalutata. La mia invece no, è perfetta e non potete farci niente.
Burle.
(che poi è anche una classifica abbastanza uguale a tutte le altre che trovate in giro).
Questa volta più che nella scelta dei film da inserire, il difficile è stato metterli in ordine, tant’è che fossi in voi presterei poca importanza ai numeri, soprattutto delle prime posizioni (tanto il film davvero più bello che ho visto quest’anno non c’è, perché in Italia esce l’anno prossimo).
Buona lettura.
10. The Neon Demon
L’ultimo lavoro di Nicolas Winding Refn è rientrato in questa classifica di prepotenza. L’avevo scartato persino dai venti titoli iniziali e l’ho ripescato solo all’ultimo minuto. Perché da quando l’ho visto è rimasto lì a provocarmi, sapendo che l’avevo amato più di quanto non riuscissi a spiegarmi. The Neon Demon è infatti una grande esperienza (fortunato chi l’ha visto in sala), un trip allucinante ma mai in modo gratuito, di quelli che ti restano dentro. E l’ho amato perché è un film che parla delle donne e di quanto possono essere perfide e letali. Usa simboli, specchi e metafore visive mai fastidiose, più una colonna sonora da urlo. Ma parla soprattutto di bellezza, offrendo interessantissimi spunti di riflessione. Cos’è o dove si trova la bellezza? Fino a che punto può ossessionare le persone? È pericolosa? Photoshop è forse il diavolo vestito da software? ecc. Tutto un discorso che – azzardo – può essere letto ANCHE (non ce n’è realmente bisogno) come NWR che risponde a tutti i suoi detrattori che lo accusano, sbagliando, di pensare solo alla forma e non al contenuto.
Insomma ho amato questo film perché è molto personale, forte e pur prendendo ispirazione da mezzo mondo, affascina e cattura, parla quasi solo con le immagini ed è incapace di annoiare. E inoltre amo ovviamente Nicolas Winding Refn e l’eleganza con cui se ne strafotte di quello che gli dice la critica mondiale (che sarà contenta solo quando vedrà un Drive 2… peccato che quello che invece ci sta regalando Refn è forse pure meglio di Drive).
9. The Nice Guys
Un altro film che aspettavamo da una vita e che purtroppo non ha ricevuto il riscontro economico che meritava. The Nice Guys è Shane Black a ruota libera. Ѐ Shane Black che fa finalmente il cazzo che gli pare, ovvero tutto quello che piace a noi di Shane Black. E infatti è probabilmente il suo film migliore. Non solo sveglio e divertente, ma anche tecnicamente elaboratissimo, nella shaneggiatura, così come nella costruzione dell’inquadratura. Le risate arrivano sia dai dialoghi che dalle azioni e la risoluzione del caso su cui investono i protagonisti funziona strepitosamente grazie a un sapiente dosaggio delle informazioni. Ryan Gosling e Russell Crowe sono poi in stato di grazia e perfettamente in sintonia.
8. Zootropolis
Noir poliziesco, buddy-cop movie, commedia, avventura e in sottofondo una critica sociale e politica sottile ma devastante sulla diversità non tra persone (come succedeva in passato), ma tra intere categorie o classi sociali. L’ultimo prodotto dei Walt Disney Animation Studios è un instant classic che può vantare, tra le altre cose, uno dei mondi antropomorfi più belli e affascinanti mai visti al cinema. Capolavoro meno rivoluzionario di Frozen (che ribaltava tutto e rendeva finalmente giustizia al mondo femminile), ma molto più raffinato ed elaborato tecnicamente.
7. The Hateful Eight
Con un livello di citazionismo ai minimi storici, The Hateful Eight è Quentin Tarantino allo stato puro. Con un Robert Richardson in stato di grazia insieme a tutto il corposo cast, il film è l’esaltazione del mezzo cinematografico. Voglioso di dare la stessa importanza a tutti i dettagli dell’inquadratura, così come maggior importanza a certi dettagli della trama, questo è il film in cui Tarantino dimostra più di tutti il piacere che prova nel raccontare storie, condividendo questo piacere con il pubblico stesso. Non è un caso, infatti, che i momenti migliori siano quelli in cui sono gli stessi personaggi a raccontare delle storie. E non importa nemmeno che siano storie vere o false (all’interno della finzione, ovviamente) perché il piacere è sempre nel raccontare, non nella storia in sé.
Pieno di personaggi memorabili (almeno quattro degli otto protagonisti), The Hateful Eight è semplicemente un grosso spettacolo, piacevolissimo da seguire pur nelle sue tre ore di durata e con un finale pieno di sangue irresistibile.
6. Il figlio di Saul
Se pensavate che l’Ungheria non sapesse fare grande cinema (se non addirittura film in generale) e che i film sull’Olocausto avessero ormai esaurito le loro possibilità, vi sbagliavate. DI GROSSO.
Il figlio di Saul racconta la storia di un prigioniero di campo di concentramento che lavora per le SS ripulendo le docce dopo che la strage è avvenuta. Quando vede il cadavere di un ragazzo si convince che si tratti del figlio e allora impazzisce. Decide infatti di fare l’impossibile: rubare il cadavere, trovare un rabbino tra i prigionieri e dare una degna sepoltura al ragazzo. Tutto questo di nascosto.
Una trama così avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi film. László Nemes caccia fuori, però, un’idea di regia pazzeschissima: attacca la telecamera addosso al protagonista in modo che, di spalle o di faccia, resterà lui per il 99% del tempo l’unico soggetto a fuoco. E mentre Saul tenta l’impossibile, intorno a lui accadrà di tutto, la gente gli morirà affianco e rischierà lui stesso di morire più volte. Ma l’incredibile è che poco di tutto questo ci verrà mostrato veramente. Molto di quello che accade, accade in realtà solo nella nostra testa. Il film ce lo suggerisce soltanto mostrandoci quel determinato particolare e/o quel determinato suono che bastano a farci intuire tutto.
Inoltre, come se non fosse abbastanza, il film è un continuo seguirsi di piani sequenza elaboratissimi che non lasciano più alcun dubbio sulla natura straordinaria di questo film e del lavoro dei suoi realizzatori.
5. Lo chiamavano Jeeg Robot
Un fulmine a ciel sereno. L’esordio alla regia di Gabriele Mainetti è semplicemente folgorante. Finalmente un cinecomic italiano che rispetta sia le caratteristiche base (dettate dagli americani) del genere, sia il materiale e le storie di cui tratta, sia il pubblico al quale si rivolge. Allo stesso tempo riesce a rendere tutto italianissimo (che poi in realtà sarebbe romanesco) senza cadere nel ridicolo, ma anzi tenendo bassissimo il “senso della cazzata”, così da piacere anche ai vecchi decrepiti che riempiono il nostro paese. Un trionfo completo che raggiunge vette impensabili grazie anche a Luca Marinelli che si porta a casa il premio come miglior villain dell’anno.
4. Ѐ solo la fine del mondo
Xavier Dolan continua a spiazzare tutti per la sua impressionante capacità, a fronte della giovane età (ha 27 anni e questo è il suo sesto film da regista), di saper controllare così bene i suoi film e continuare a lavorare sul suo modo di raccontare storie, che è suo e di nessun altro. Non è tanto una questione di stile, quello tutti possono averlo, quanto proprio un diverso approccio al racconto e ai temi che si vuole raccontare. Come con i precedenti film, Dolan lavora anche qui sulla vicinanza paradossale, soprattutto nel rapporto tra familiari,tra l’odio più profondo e l’amore più forte, due sentimenti talmente estremi da sfiorarsi.
Ѐ solo la fine del mondo è infatti un melodramma familiare inedito, moderno e sfrontato nella narrazione (quanti primi piani! quanto sono lunghi e quanto sono belli!). Ti colpisce dove non pensi di poter essere colpito, i personaggi tirano fuori ragioni anche quando non ce le si aspetterebbe e la nostra capacità di giudizio crolla di fronte alla tristezza della situazione e dei personaggi da cui non si scappa.
3. Spotlight
“THEY KNEW AND THEY LET IT HAPPEN!” Lo sfogo finale di Mark Ruffalo è quanto di più vero e sentito si possa chiedere ad un film che vuole ricostruire la scoperta di tremendi fatti realmente accaduti (gli abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston ai danni di minori, abusi che erano stati insabbiati dall’autorità ecclesiastica e scoperti solo nel 2001 da giornalisti del Boston Globe). Quello sfogo racchiude alla perfezione tutta la rabbia e la delusione che questo film incredibile vuole rappresentare. Ed è un film incredibile perché appunto non si limita banalmente a insultare e incolpare i colpevoli di quei terribili gesti, non sbandiera il proprio odio e la propria indignazione vantandosene, ma lascia che i fatti emergano come sono emersi nella realtà e lascia che i personaggi reagiscano a questi fatti in maniera naturale (= credibile). Non è una rabbia imposta, ma una costruita e per questo più efficace. Il film di Tom McCarthy è un trionfo di sceneggiatura e recitazione, apparentemente semplice, ma in realtà frutto di un lavoro quasi impossibile che viaggia parallelo a quello svolto dai personaggi del film.
2. The VVitch
La vera bomba dell’anno. Presentato al Sundance nel gennaio 2015, distribuito in sala negli USA a febbraio 2016, e solo ad agosto in Italia. The Witch è l’horror dell’anno, forse pure di più, anche se forse non è proprio un horror in senso classico. È spietato, rarefatto, girato come un film d’autore, ma sempre e comunque un film di paura. Perché è proprio di quello che parla: la paura delle persone comuni ai tempi della vera caccia alle streghe nei primi anni del ‘600. È una ricostruzione fedelissima (anche solo il lavoro sui costumi è mostruoso) dell’America ai tempi dei padri pellegrini, fatta attraverso diari, lettere e altri documenti dell’epoca, che racconta in particolare la storia di una umile e isolata famiglia di allevatori e contadini. Un film raffinatissimo che raggiunge l’origine delle paure, il massimo dello spaventoso attraverso il massimo del realismo. Ti cala nel suo mondo facendoti capire che le paure degli americani dell’epoca non erano affatto infondate. Ti mostra come e perché tutte quelle superstizioni e quelle fobie (quelle secondo cui le donne e le caprette incarnavano il male e andavano quindi uccise) sono nate e si sono mantenute a lungo.
Film da non perdere ad alcun costo e per nessun motivo al mondo.
La conferma definitiva che il nuovo e migliore cinema d’autore vive (e può vivere, per chi cerca il massimo della libertà artistica come la cercava Robert Eggers) nel cinema di genere.
1. Everybody Wants Some!!
Richard Linklater è ormai diventato un maestro nel trovare un senso cinematografico ai momenti più apparentemente insignificanti della vita quotidiana delle persone. Everybody Wants Some racconta il weekend di arrivo al college prima dell’inizio delle lezioni. Niente trama vera e propria, nessun evento clamoroso, nessun conflitto da risolvere, nemmeno una certa evoluzione dei personaggi (cominciano solo ad instaurarsi delle amicizie e l’unico interesse amoroso nasce a malapena). Everybody Wants Some!! non arriva da nessuna parte, sembra materiale scartato da un altro film, eppure è fenomenale. Linklater vuole ricreare lo spirito dei personaggi di cui si interessa (giovani ragazzi tanto spensierati quanto arrapati e consapevoli della potenza seduttiva del proprio corpo) e ci riesce! Il risultato è un film magnificamente inconcludente, due ore irresistibili di scene che non dicono niente eppure dicono tutto. Completamente slegato da qualsiasi regola cinematografica, è il film che ogni autore desidererebbe fare oggi.
Altri titoli belli belli che stavano per entrare in top 10 (in ordine sparso): Divines e Hell or High Water (entrambi disponibili su Netflix), Il Libro della Giungla, Sing Street, Steve Jobs, Café Society, Eye in the Sky, Dentro l’inferno, 10 Cloverfield Lane, Perfetti Sconosciuti e Rogue One.









