Chiunque abbia condiviso casa con un gatto conosce quella scena fin troppo bene. Sono le due di notte, la luce del corridoio è spenta, voi state cercando di convincervi che domani riuscirete comunque a essere esseri umani produttivi e il vostro felino, fino a cinque secondi prima serenamente acciambellato sul divano, solleva la testa e comincia a fissare un angolo completamente vuoto della stanza. Non guarda verso qualcosa. Guarda qualcosa. Le pupille si allargano, le orecchie cambiano posizione, magari arriva persino quel piccolo movimento nervoso della coda che ogni gattaro impara presto a interpretare come un messaggio poco rassicurante. A quel punto esistono due categorie di persone: quelle che ridono e tornano a dormire e quelle che, dopo aver visto abbastanza horror giapponesi, letto storie di fantasmi e attraversato decenni di cultura fantastica, preferiscono non approfondire.
GATTI, gioco di ruolo fantastico creato da Qwein e recentemente aggiornato alla versione 1.2 del 14 agosto 2026, parte precisamente da questa inquietudine domestica, trasformandola in una premessa narrativa tanto semplice quanto irresistibile: se i gatti non stessero fissando il nulla? Se percepissero davvero qualcosa che noi esseri umani non siamo più capaci di vedere?
Il regolamento, prodotto in Italia e accompagnato dalle illustrazioni di LDStudio, concentra la propria proposta in quindici pagine A4 in formato libro. Una dimensione quasi sorprendente nell’epoca dei manuali monumentali, dei regolamenti che sembrano tomi sottratti alla biblioteca di qualche arcimago e delle campagne capaci di richiedere più pianificazione di un matrimonio reale su Naboo. GATTI sceglie invece una strada molto diversa, fatta di immediatezza, atmosfera e soprattutto immaginazione condivisa, rivolgendosi esplicitamente a un pubblico adulto per i temi horror affrontati.
La cosa che mi affascina di più, però, arriva prima ancora delle meccaniche. Qui non interpretiamo guerrieri predestinati, investigatori dell’occulto o improbabili cacciatori di mostri armati fino ai denti. Siamo gatti domestici oppure randagi. Creature apparentemente piccole, perfettamente inserite nella nostra quotidianità e allo stesso tempo depositarie, almeno nella fantasia umana, di qualcosa che non abbiamo mai saputo decifrare completamente.
Da storica dell’arte e amante della mitologia, davanti a una premessa simile la mente corre inevitabilmente molto più indietro di Instagram e dei meme sui gatti. La relazione tra felini, mistero e dimensione ultraterrena attraversa culture diversissime: l’Egitto antico ha consegnato all’immaginario occidentale Bastet e un rapporto quasi sacrale con il gatto, mentre leggende europee, superstizioni medievali e folklore asiatico hanno continuamente attribuito ai felini una posizione ambigua sul confine tra mondo conosciuto e invisibile. Il gatto sembra appartenere alla casa senza appartenere mai completamente agli umani che la abitano. Dorme sul nostro letto, pretende la nostra sedia, considera evidentemente il nostro stipendio una risorsa destinata all’acquisto di croccantini, eppure conserva quella capacità quasi aristocratica di sembrare impegnato in questioni cosmiche delle quali non ritiene opportuno informarci.
GATTI prende questa antichissima fascinazione e la porta direttamente sul tavolo da gioco.
Gli esseri umani, nell’universo ideato da Qwein, convivono con minacce che non riescono a percepire, mentre i loro compagni felini diventano protettori silenziosi contro presenze invisibili. Improvvisamente quel soffio rivolto verso una porta chiusa smette di essere una stranezza comportamentale e diventa un avvertimento. La corsa improvvisa lungo il corridoio alle tre del mattino potrebbe non essere più il solito episodio di follia felina, ma un inseguimento. Persino quella posizione immobile davanti a una parete che noi sappiamo perfettamente vuota acquista un significato completamente diverso.
E ditemi che non avete appena ripensato a qualcosa fatto dal vostro gatto.
L’orrore funziona particolarmente bene quando riesce a contaminare ciò che consideriamo familiare. Una casa, una camera da letto, una fotografia, un giocattolo infantile diventano inquietanti proprio perché appartengono alla nostra zona di sicurezza. GATTI sembra comprendere perfettamente questo meccanismo e costruisce la propria atmosfera attorno alla quotidianità, evitando almeno nella struttura di base quella quantità di preparazione capace talvolta di trasformare una serata di gioco di ruolo in un’attività amministrativa.
Per giocare servono fogli, matita e un dado a sei facce. Il regolamento è stato deliberatamente progettato per restare leggero, lasciando il racconto al centro dell’esperienza e riducendo gli ostacoli tra una decisione del giocatore e ciò che accade nella storia. Le sessioni sono pensate come avventure autoconclusive, adatte quindi anche a una singola serata, con un gruppo indicativamente composto da tre a cinque giocatori oltre al master.
Questa scelta mi piace molto perché restituisce al gioco di ruolo una dimensione che rischiamo talvolta di dimenticare: raccontarsi storie insieme non dovrebbe necessariamente richiedere una laurea preventiva nel sistema utilizzato. Amo i grandi giochi, le campagne infinite e quella meravigliosa sensazione di tornare per anni sugli stessi personaggi, ma possiedo anche un calendario lavorativo che sembra progettato da un Signore del Tempo particolarmente sadico. La possibilità di sedersi attorno a un tavolo, creare una storia completa in una sera e poi conservarla come ricordo condiviso ha un fascino completamente diverso.
L’altra intuizione interessante riguarda l’ambientazione, divisa fra realtà e dimensione onirica. I due piani non sono semplicemente scenari differenti: il mondo del sogno permette a ricordi e traumi di assumere forma, facendo scivolare l’avventura verso un horror più psicologico che meramente mostruoso. Qui la mia parte innamorata dei k-drama comincia immediatamente a riconoscere qualcosa di familiare, quella capacità di trasformare ferite emotive e memorie irrisolte in elementi narrativi quasi concreti. Il soprannaturale funziona meglio proprio così, almeno per me: non come semplice mostro dietro una porta, ma come conseguenza di qualcosa accaduto molto tempo prima, qualcosa che qualcuno ha dimenticato, nascosto o scelto di non affrontare.
Ogni avventura nasce attorno a coordinate essenziali: un luogo, una data e una quantità limitata di incontri. Una struttura ridotta all’osso che non impone una trama prefabbricata, ma offre abbastanza appigli perché il master possa costruire rapidamente il mistero. La minaccia principale indossa inoltre una maschera volutamente estranea al contesto della storia, un dettaglio quasi surreale che può diventare potentissimo perché rompe immediatamente la percezione della normalità.
Pensate alla forza iconografica delle maschere nella storia dell’arte, nel teatro e nell’horror. Una maschera nasconde, certo, ma soprattutto sostituisce un’identità con un’immagine. Dal teatro antico alle tradizioni rituali, dalla Commedia dell’Arte fino a Michael Myers, passando per Darth Vader — perché sotto quel casco raccontiamo sempre anche una storia di identità perduta — coprire un volto significa creare immediatamente una domanda. Chi oppure cosa si trova dietro?
GATTI costruisce buona parte della tensione proprio attraverso ciò che ancora non conosciamo.
La lore fondamentale viene consegnata ai giocatori fin dall’inizio, evitando quindi di trasformare l’accesso all’ambientazione in una caccia archeologica attraverso cinquanta pagine di cronologia, ma alcune informazioni fondamentali restano deliberatamente nascoste e devono emergere durante la partita. L’identità della presenza, il legame che possiede con il luogo e le modalità attraverso cui decide di manifestarsi diventano elementi dell’indagine. Non basta affrontare qualcosa: bisogna comprenderlo.
Questa impostazione rende naturalmente ogni sessione diversa dalla precedente e aumenta la rigiocabilità senza obbligare il master a preparare scenari mastodontici. Cambiare il luogo modifica l’atmosfera. Cambiare la data può trasformare completamente il significato degli avvenimenti. Cambiare gli incontri sposta i sospetti e il ritmo dell’indagine. Soprattutto, modificare ciò che si nasconde dietro la minaccia permette alla stessa idea di base di produrre racconti molto lontani tra loro.
Una casa abbandonata può custodire una storia. Un appartamento perfettamente normale può custodirne una peggiore. Un gatto randagio che attraversa sempre lo stesso cortile potrebbe conoscere qualcosa che gli umani del quartiere hanno dimenticato da anni.
Ed è qui che il gioco, almeno sulla carta, trova quella tonalità che personalmente cerco spesso nel fantastico: il mistero non serve soltanto a costruire paura, ma cambia il modo in cui osserviamo ciò che conosciamo.
Dopo una partita a GATTI immagino possa diventare difficile ignorare completamente il vostro felino mentre segue con gli occhi qualcosa che sembra attraversare lentamente la stanza. La spiegazione razionale continuerà naturalmente a esistere, e probabilmente avrà a che fare con un rumore minuscolo, un riflesso o uno dei numerosi sensi attraverso cui i gatti percepiscono il mondo meglio di noi. Però il gioco di ruolo vive precisamente nello spazio minuscolo che rimane tra una spiegazione plausibile e quella domanda irresistibile che comincia con un semplice: e se invece…?
Qwein lavora su GATTI dal 2016 e la versione 1.2, aggiornata il 14 agosto 2026, porta avanti questa piccola creatura editoriale indipendente dieci anni dopo la sua prima ideazione. I giochi dell’autore sono disponibili attraverso Payhip, mentre le informazioni di riferimento rimandano al sito ufficiale qwein.it. Il progetto reca il copyright 2026 Horizon Wings e indica LDStudio per il comparto illustrativo.
Mi rimane soprattutto una curiosità, quella che probabilmente condividerebbe chiunque abbia un gatto e abbastanza fantasia da aver trascorso almeno una notte a sospettare che sappia molte più cose di quanto voglia mostrarci. Se davvero i nostri felini fossero impegnati da sempre in una guerra silenziosa contro qualcosa che non possiamo percepire, quale sarebbe la loro più grande impresa?
Il mio, conoscendolo, probabilmente salverebbe l’umanità senza svegliarmi e la mattina successiva pretenderebbe comunque la colazione con dieci minuti d’anticipo. E i vostri? Soprattutto: qual è stata la cosa più inspiegabile che avete visto fare al vostro gatto? Forse è soltanto arrivato il momento di trasformarla nella prossima storia da giocare.
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