- Dalla pagina sui Los Lobos di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
La creatura per eccellenza dei quartieri di Los Angeles, i Los Lobos, riciclava un'esuberante combinazione di rhythm'n'blues e tex-mex, di Doug Sahm e Flaco Jimenez. How Will The Wolf Survive (1984) fu probabilmente il primo album a trovare il denominator comune tra fisarmonica, bajo sexto, chitarra rock e batteria. E lo fece con lo spirito della musica punk: le incendiarie fughe di chitarra di Cesar Rosas (Hermosillo, 1954), il tenore tonante di David Kent Hidalgo (Los Angeles, 1954) e l'irrefrenabile impulso del batterista Louie Perez (Los Angeles, 1953) crearono una miscela esplosiva.
Ripeterono quell'orgia di ritmi solo una volta, con il demoniaco shuffle Shakin' Shakin' Shakes (1987), perché stavano maturando come bardi romantici del quartiere e come eclettici studiosi calligrafici di stili musicali.
I toccanti The Neighborhood (1990) e Kiko (1992) erano allo stesso tempo riflessivi ed enciclopedici. Da un lato, le canzoni immergevano l'ascoltatore nel mondo dei chicanos. Dall'altro, gli arrangiamenti mescolavano passaggi orchestrali alla Duke Ellington, fisarmoniche cajun, ritmi di cumbia, rhythm'n'blues di New Orleans, polke suonate al mandolino, boogie, funk e rock'n'roll.
Il caustico, fatalista e nostalgico melodramma sociale dei Los Lobos sarebbe diventato la colonna sonora del melting pot americano e del sogno americano.
Bio:
I Los Lobos, nati quasi per scherzo nel 1973 in uno scantinato della malfamata
zona "latina" di Los Angeles, sarebbero diventati uno dei gruppi più popolari degli
USA.
Questi quattro chicani, i primi ad imporsi al pubblico bianco dai tempi di
Ritchie Valens (al quale hanno tributato una trascinante cover di La Bamba nel 1987),
i primi a riscoprire la tradizione di Doug Sahm e Flaco Jimenez,
riciclano un'esuberante combinazione di rhythm and blues e texmex, alternando
duetti di fisarmonica e bajo sexto, come la polka Let's Say Goodbye sull'EP
d'esordio And A Time To Dance (Slash, 1983) o Corrida #1 sul primo
album How Will The Wolf Survive (Slash, 1984), a scatenate scorribande
collettive in stile anni '50, da Evangeline a I Got To Let You Know,
resuscitando lo spirito di Howling Wolf per Don't Worry Baby,
il loro primo
capolavoro, e infiorettando il disco con la tenebrosa ballata country
Will The Wolf Survive.
Il tenore tuonante di David Hidalgo, i ritmi dirompenti del batterista Louie
Perez, le roventi fughe chitarristiche di Cesar Rosas compongono una miscela
esplosiva.
Con quel primo album Los Lobos conquistarono la palma di principale bar band
degli anni '80.
Non poco per un quartetto di stagionati figli d'immigrati che
per anni si erano dovuti accontentare di allietare matrimoni e serate
danzanti. Il loro primissimo album,
Just Another Band From East L.A. (New Vista, 1978), una raccolta di
boleros e rancheras,
era passato del tutto inosservato.
Se non fosse per l'indiavolato shuffle alla John Lee Hooker di Shakin' Shakin' Shakes (co-autore T-Bone Burnette), forse il picco assoluto della loro carriera, il successivo By The Light Of The Moon (Slash, 1987), che aveva richiesto tre anni di lavoro, sarebbe risultato un deludente "sell out". Troppo smaccatamente alla ricerca del ruolo di voce dell'America proletaria con una sequenza di canzoni-verità che scimmiottano country-rock (One Time One Night sa di Queen Of Hearts), Creedence Clearwater Revival (The Hardest Time) Band (The Mess We're In) e Bruce Springsteen (River Of Fools), a discapito dei numeri briosi (soltanto la mediocre Set Me Free), e l'album conferma l'eclettismo stilistico del gruppo, ma ne annulla l'effervescenza da barrio, trasformandolo in nostalgico narcisismo da salotto.
L'album acustico cantato in spagnolo La Pistola Y El Corazon (Slash, 1988) funge allora da bagno catartico, per recuperare le proprie origini e smaltire l'ubriacatura del successo.
Non a caso The Neighborhood (Slash, 1990) è l'esatto
opposto: un lavoro elettrico che non potrebbe essere più lontano dalle loro
radici "latine". Ma lo spirito è di nuovo quello delle bar band.
Se l'ispirazione fondamentale rimane quella del Sudest, come nel
gospel a ritmo di palude di Down On The Riverbed,
nella parabola country alla Johnny Cash Deep Dark Hole, nel valzer cajun di
Giving Tree e nella serenata folkrock di Emily (apice lirico del disco),
l'opera è segnata soprattutto dal blues elettrico di Chicago:
in I Walk Alone sembra di riascoltare i primi Fleetwood Mac,
in I Can't Understand Magic Sam e Robert Cray,
e Mitch Ryder nella scatenata danza rhythm and blues Jenny's Got A Pony.
Il milieu è quello che preferiscono: il quartiere di periferia, affollato di
ubriaconi, drogati, piccoli delinquenti, amanti traditi, poveracci.
L'album ha soltanto il difetto di essere troppo rifinito: più il gruppo si
perfeziona più perde l'energia vitale che ne faceva un interprete unico.
Kiko (Slash, 1992) segna la definitiva maturità con un sound ancor meno
cinetico e ancor più pensieroso. Anche se i Los Lobos rimangono innanzitutto
osservatori acuti della realtà del quartiere, questa è un'opera
introspettiva, avvolta in un'atmosfera quasi onirica. Se i Blasters sono ormai
il riferimento obbligato per il sound (sempre più "adulto"), la Band è
l'altrettanto ovvio campione di confronto per quanto riguarda i contenuti.
L'esecuzione (quasi completamente acustica) ha raggiunto livelli maniacali di
precisione:
Kiko And The Lavender Moon, per esempio, danza ariosa
con armonie orchestrali
alla Duke Ellington, una fisarmonica cajun e un tempo da cumbia;
Angels With Dirty Faces intreccia un sitar distorto a un passo da
trotto;
lo strumentale Arizona Skies è una poetica polka
(con il ritmo di maracas di Cecila dei Simon And Garfunkel)
su cui il mandolino e la chitarra intonano una poetica melodia alla
La Bamba;
e Saint Behind The Glass mescola briose figure chitarristiche texmex a
armonie vocali psichedeliche.
Sofisticate anche le citazioni dal rhythm and blues di New Orleans
(Dream In Blue suona come un
incrocio fra i Creedence Clearwater Revival e la Band), dal blues-jazz
(la funerea Just A Man, condotta da una frase tenebrosa di piano)
e dal country (Two Janes).
E non mancano un paio di ballate marziali dal cuore in mano:
Short Side Of Nothing e Reva's House.
Ma l'atmosfera è troppo pacata e professionale. Alla fine soltanto
il boogie saltellante di That Train That Don't Stop Here,
il torbido voodoo-funk di Wicked Rain,
il bruciante rock and roll di Whiskey Trail
riescono a sollevare dalla monotonia.
E' il paradiso per gli enciclopedisti e i buongustai del rock, ma continua a
dimostrare che i "lupi" possono soltanto copiare, non creare.
Il loro sound è anche troppo facile da "decostruire", da decifrare.
Ancora una volta il clou del disco sono invece i testi, che continuano a cantare
malinconicamente i guai della gente comune. Il tenore tragico di Hidalgo è
al servizio di un lamento continuo.
Il chitarrista David Hidalgo, il batterista Louie Perez e i produttori Tchad Blake (basso) e Mitchell Froom (tastiere) registrano anche un disco a nome Latin Playboys (Slash, 1994), che è un po' una versione surreale, domestica, pigra e rilassata di Kiko. Tutto sommato, è anche uno dei loro dischi più creativi. The sounds manage to add a metaphysical quality to the blues (Chinese Superprize, Forever Night Shade Mary). The album drifts towards mystic (Viva La Raza) and spectral (Same Brown Earth) moods that hardly relate to the Los Lobos.
Sempre fedeli a un loro caustico, fatalista e nostalgico melodramma sociale (“life is a fight and then you die”, ovvero “la vita è una battaglia e alla fine muori”, dice Don't Worry), i Los Lobos rappresentano meglio di ogni altro musicista californiano i miti e le delusioni del Sogno Americano e del melting pot.
Dopo la musica per bambini di Papa's Dream (Music For Little People, 1995), i Los Lobos sono tornati con Colossal Head (Warner Bros, 1996), un altro album di arrangiamenti lussureggianti e melodie suadenti, un naturale seguito di Kiko, che in definitiva è altrettanto irregolare quanto eclettici (jazz per Maricela, rock and roll per Mas Y Mas, blues per This Bird's Gonna Fly).
Cesar Rosas ha pubblicato il suo primo album solista, Soul Disguise (Rykodisc, 1998), che segna un ritorno al roots-rock originale e mostra l'influenza dei Blasters (Shack And Shambles, Little Heaven, Treat Me Right). David Hidalgo pubblicò Houndog (Legacy, 1998), un album di blues vecchio stile.
Ma il piatto principale fu il secondo album dei Latin Playboys, Dose (Atlantic, 1998), un'altra complessa architettura sonora che stratificava effetti elettronici, fuzz di chitarra, frammenti orchestrali, loop di percussioni esotiche, figure di pianoforte, tastiere eccentriche. Evocativo e spiritoso, lo spezzatino sonoro di salsa (Ironside), rock & roll (Paletero), funk (i>Locoman), rhytm & blues (Lemon 'N Ice) e, ovviamente, tex-mex (Paula Y Fred) si basa maggiormente sulla trama che su qualsiasi altra cosa.
Allo stesso tempo, potrebbe non essere una coincidenza che le canzoni più memorabili siano anche quelle più tradizionali, più vicine al blues-rock di Rosas che non al gumbo high-tech dei produttori eruditi (Latin Trip, Tormenta Blvd). Ma poi le parti strumentali battono tutte le canzoni, scivolando letteralmente in un'altra dimensione: le partiture barocche e psichedeliche di Fiesta Erotica e Nubian Priestess collocano stabilmente i Los Lobos nel territorio della classica moderna e del jazz.
I Los Lobos tornarono finalmente con This Time (Hollywood, 1999), un lavoro infinitamente minore rispetto alla produzione dei Latin Playboys. I party rave-up (That's Why We Wish e Run Away WithYou) non sono mai stati così arrabbiati e così adulti, e bisogna dare merito alla band per essersi ancora identificata con la classe operaia, ma le ballate (Corazon e This Time) e i pezzi etnici (Cumbia Raza) potrebbero appartenere a qualsiasi band chicana di Los Angeles.
Good Morning Aztlan (Mammoth, 2002) offre per lo più soft-rock atmosferico per la radio mainstream (Malaque), un trio di classici dejavu (l'indaffarato shuffle del sud Done Gone Blue, The Big Ranch, che ricorda il primo album della Band, e What In The World, che ruba il ritmo a The Lion Sleeps Tonight, la melodia di What A Beautiful World This I'd Be, e la linea di sassofono di Moondance di Van Morrison), ma anche uno dei loro vibranti incontri ispanici (Good Morning Aztlan).
The Ride (Hollywood, 2004) non spinge quando ci prova (La Venganza De Los Pelados, Is This All There Is?) e per lo più non ci prova nemmeno, preferendo un ritmo rilassato (Rita).
L'unica cosa impressionante è il cast: Garth Hudson, Richard Thompson, Ruben Blades, Tom Waits, ecc.
I Los Lobos di The Town And The City (2006) sono diventati maestri del melodramma operaio con un suono adulto, maturo e appassionato che spazia da canzoncine come The Valley a umili epiche come i sette minuti di The Town.
Quello stile inquietante e introspettivo permeava anche Tin Can Trust (2010), una raccolta di meditazioni a tempo lento in tonalità minore che nello spirito erano più vicine ai cantautori da camera da letto che ai gruppi roots-rock. Quando le canzoni sono così uniformemente mediocri, il tono prolisso e da lezione dà sensazioni miste.
Gli album successivi includono: Gates of Gold (2015), Llegó Navidad (2019), Native Sons (2021).
Rosas ha pubblicato l'album solista La Fiesta (2016).
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