- Dalla pagina sui Belly di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Tanya Donelly (Newport, 1966), all'epoca ventiseienne chitarrista dei Throwing Muses e dei Breeders, formò i Belly
nel 1992.
Il gruppo, composto interamente di stagionati ragazzi
originari dell'isolotto del Rhode Island da cui proviene anche lei, desta subito
scalpore con le canzoni dell'EP Slow Dust (4AD, 1992).
L'effervescente e suadente Dusted è esemplare delle loro armonie vocali
magicamente intessute di echi e di bisbigli, di ninnananne e di sospiri,
e del loro modo di accoppiarvi un riff diabolico, da vertiginosa danza
orientale. All'altro capo dello spettro espressivo si situa la ballata
angelica Dancing Gold.
Ma il vero manifesto è la complessa, marziale,
psichedelica Low Red Moon, immersa in un clima da messa, con accordi funerei
di chitarra e di organo, che pure è avvolta e imbevuta di un soave melodismo
(e Donelly vi lambisce il registro gutturale di O'Connor).
Slow Dog è altrettanto emblematica delle loro alchimie sonore: un ritmo
saltellante e un arrangiamento surreale tengono la canzone quasi sospesa in un
limbo amelodico, da cui scaturisce però improvvisamente un sublime ritornello
su un travolgente hardrock.
Donelly, rimasta in passato quasi sempre in disparte, è la protagonista di
queste delizie pop. Un ruolo non trascurabile è quello svolto dalla bassista,
Gail Greenwood (1960), allora trentatreenne.
Sull'album Star (Sire, 1993), che comprende l'EP, la leader può sfoderare
la sua personalità istrionica e sfaccettata, ora tenera e delicata, ora
maschia e fatale; sbizzarrirsi in canzoni composite e suggestive,
in armonie che sposano l'esotico al lisergico,
che annegano una melodia maestosa in un'atmosfera da incubo.
Fra i capolavori di questo genere è senz'altro Angel, un carnevale "indiano"
alla Paint It Black (Rolling Stones), ovvero propulso da un ritmo-vertigine e
un ipnotico riff da raga, sul quale Donelly innesta i suoi gorgheggi
spaziali, con effetti devastanti.
L'album trionfa anche nel carillon pop di Gepetto, una filastrocca
tenerissima, canticchiata su una cadenza festosa e incalzante, da lunapark.
In queste gioviali sarabande trionfa la poetica positiva di Donelly.
Tutta l'opera è percorsa da una forma subdola di primitivismo, da un rinnegare
continuo le proprie innovazioni, da un prendere con leggerezza la propria
gravità, da un sovrapporsi di segni discordanti, da un confondere trasparenza
e opacità fino a rimettere in discussione l'esistenza stessa della luce.
Prendono allora forma
la triste elegia classicheggiante di Someone To Die For cantata con il tono di
una ragazzina, e il sortilegio di Witch, con accompagnamento altrettanto
spartano, la ballata allegorica Feed The Tree, soprattutto
la dolcissima ninnananna di Every Word.
E così alla fine non si sa più se meste riflessioni come Untogether e
Stay, di nuovo affidate soltanto ai trepidi rintocchi delle chitarre e
alle tenui fantasmagorie del suo canto, siano sagge o infantili, presuntuose
o inesperte; e forse sono soltanto auto-serenate che fanno l'amore alla
propria malinconia. Sono certamente molto diverse da Gepetto e Angel,
quasi un altro complesso.
Fragile, umorale, onirico, magico, fiabesco, migliore di qualsiasi cosa abbiano
fatto i Throwing Muses, il disco catapulta Donelly, diventata donna in un
complesso rock, all'avanguardia del nuovo pop-rock.
In questo genere di pop intimista Donelly è seconda soltanto a Juliana Hatfield, ma annovera anche una sensibilità musicale coltissima, degna in realtà di una Kate Bush, anche se poi le sue canzoncine non hanno nulla dell'eccentricità e del sinfonismo della maestra britannica.
Il tonfo di King (Sire, 1995) è del tutto inaspettato. L'album è desolatamente
insipido, con Donelly nascosta dietro il trio che l'accompagna, saldamente
controllato dal chitarrista Thomas Gorman. Purtroppo il loro sound è generico:
abolite le distorsioni, non sa costruirsi un'identità al di là di quella
che avrebbero degli umili "session men". La voce di Donelly, piu' robusta,
portata ad innalzarsi nel registro di vibrato, salva canzoni come
Seal My Fate, che altrimenti sarebbero del tutto anonime.
I Belly puntano al largo ascolto con melodie sonnolente in lieve crescendo
come quella a passo di valzer in Silverfish o quella sottovoce in Bees
che compie qualche evoluzione degna di Sinead O'Connor, o quella confessionale
alla Juliana Hatfield di Puberty. La più convincente
è Now They'll Sleep, l'unica con una parvenza dell'esuberanza adolescenziale
che aveva fatto grande il primo disco, seguita da Red, un "lento" redento da
un marziale singhiozzo "messicano", e da Untitled And Unsung, che procede con
il mistero dei primi Doors.
Il gruppo ritrova un minimo di grinta nella title-track
ma questa volta mancano le melodie.
Uscita dal rock alternativo, Donelly si propone nelle vesti di cantante pop.
Le nuove soprattutto l'eccesso di produzione, che grava sulle canzoni come
uda solan grappolo di nubi.
Tanya Donelly ha esordito come solista con l'EP Sliding and Diving (Reprise, 1996),
con Bum, Restless, Swoon e Human,
e poi ha registrato il versatile
Lovesongs For Underdogs (Reprise, 1997), circondata da amici di
Boston (fra cui il marito Dean Fisher, collaboratore di
Juliana Hatfield).
L'album vanta il singolo Pretty Deep e qualche ritornello carino
(The Bright Light, Clipped, Manna, Goat Girl),
ma è una delusione in quanto non presenta nè un'artista personale nè
una compositrice originale.
Il secondo album di Tanya Donelly, Beautysleep (4AD, 2002), è il secondo migliore della sua carriera dopo il primo album dei Belly. La sua voce non è mai stata così forte e dolce (come mostrato nella soave The Storm, probabilmente la migliore, e nell'inquietante Moonbeam Monkey, praticamente un duetto con il fantasma di Mark Sandman dei Morphine). I suoi testi sono un po' goffi (le rock star non sono esattamente Shakespeare) e imbarazzantemente personali (The Night You Saved My Life e Keeping You, dedicati al suo bambino, ma entrambi orecchiabili come il meglio dei Belly). Arrangiamenti gustosi esaltano i monologhi atmosferici di Life is but a Dream, Another Moment, Life is but a Dream, The Shadow. A eccezione di Wrap-around Skirt, nessun pezzo è rumoroso o aggressivo. Ogni canzone irradia un senso di intimità e l'album nel suo insieme sembra uno sguardo morboso alla sua vita domestica.
Whiskey Tango Ghost (4AD, 2004) di Tanya Donelly è una raccolta più spartana e umile in uno stile intimo da cantautrice alla Tori Amos. Il materiale è spesso impressionante (Every Devil, My Life as a Ghost, The Promise, Butterfly Thing, Divine Sweet Divide) ma un arrangiamento più intenso sarebbe stato gradito.
This Hungry Life (Eleven Thirty, 2007) di Tanya Donelly è stato un album dal vivo, registrato nel 2004 in un hotel del Vermont.
I Belly si sono riuniti nel 2016 e due anni dopo hanno pubblicato Dove (Belly Touring, 2018), con la stessa formazione originale, a distanza di 23 anni dal precedente King.
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