- Dalla pagina sugli Spring Heel Jack di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Gli Spring Heel Jack sono stati costituiti nel 1994 ad opera del duo
formato da John Coxon, ex chitarrista negli Spiritualized e Ashley Wales, ex collaboratore
degli Shock Headed Peters , e sono subito
diventati il punto di riferimento dell'"ambient jungle", un genere
melodico ed atmosferico basato tuttavia sul drum'n'bass. L'EP Sea
Lettuce (Rough Trade, 1995) ha funzionato come una specie di
manifesto del nuovo genere.
Paragonato alla maggior parte degli album di drum'n'bass, There Are
Strings (Rough Trade, 1995) è una bizzarria sinfonica che
combina il synth-pop e le colonne sonore dei cartoni animati e nel
frattempo esibisce i breakbeats maniacali tipici del genere.
Il remix in chiave drum'n'bass di Walking Wounded (il brano degli
Everything But The Girl) ha suscitato
l'interessamento da parte dei media, ma il duo ha invece replicato con
un lavoro persino più ambient,
68 Million Shades (Island, 1996), imbastendo arrangiamenti
sontuosi che gettano un ponte tra Jimi Hendrix ed il free jazz, le
colonne sonore di Ry Cooder e le orchestre sentimentali. L'elettronica
relativamente melodica di Midwest e la dance relativamente
lineare di Take 1 sono affiancate da composizioni complesse e
colte come Suspensions (influenzata tanto dalle sonate per piano
allestite da John Cage quanto dalla musica da camera minimalista di
Steve Reich) e Taker 3 (una sfilata di rumori eccentrici alla
maniera di Edgar Varese). L'album è un eclettico ammasso di idee.
Pan destruttura un frammento di musica orchestrale, lasciandosi
dietro solo fluttuanti frammenti di armonia. Plates mescola
frenetici ritmi brasiliani, echi di tromba jazz e linee melodiche di
tasitiera. Eesti possiede il carattere estatico dei mantra
tibetani.
60 Seconds ricicla in chiave minimalista una pigra e jazzata
linea melodica di fiati. E Bar è la versione in forma di
musica industriale della loro tecnica compositiva. Si spera che gli
Spring Heel Jack abbiano lasciato perdere i ritmi meccanici e si siano
concentrati su quello che sanno fare meglio: abbellire le armonie con
dinamiche intriganti.
Busy Curious Thirsty (Island, 1997) è la loro scarna
concessione alla jungle, ma ben più di una fuggevole citazione dalle
big-band di jazz e dalla musica d'avanguardia. I musicisti si muovono verso
il fronte dei deliri dal ritmo veloce del dancefloor, ma li infettano con
quel tanto di nevrosi (fanfare robotiche, assolo di tromba atmosferici,
spettrali rintocchi di vibrafono in Bells, disconnesse ripetizioni
industriali e staccato jazzy in Casino) da trasformarli in incubi
psicotici, più che in balli da notte fonda.
Le innovazioni del duo spiccano anche nei momenti meno cerebrali: la
claudicante quasi-reggae Happy Baby, la futuristica Sirens
e, soprattutto, il tonante impeto pseudo-raga di Fresh Kills Landfill.
La melodia è la grande assente in queste formule geometriche astratte,
fatta eccezione per l'adagio chill-out Bank Of America.
Quanto poco gli Spring Heel Jack appartengano al mondo della musica
dance è comprovato dall'aggiunta di tre tracce sperimentali: una
piece minimalista, "lentamente costruita" nello stile di Steve Reich (Galapagos
3), che include una coda di musica da camera dissonante; una composizione
per campane, che ricorda le Tibetan Bells di Wolff & Henning
(Bells 2) che termine in una nuvola di elettronica tra free-jazz
e new-age; e il pastiche sinfonico di The Wrong Guide.
Se 68 Million Shades ha mostrato il loro lato melodico e Busy
Curious Thirsty quello più ritmico, Treader (Tugboat,
1999 - Thirsty Ear, 2000) rappresenta un ulteriore aspetto della loro
arte multiforme: una sfrenata escursione nella musica classica del
ventesimo secolo, nel minimalismo e nel be bop. La maggior parte dei
brani suona come poemi sinfonici, cioè dense narrazioni tematiche
orchestrali costruite su samples, loops e riverberi. Is intreccia
grappoli di tastiere rimbombanti a melodie cariche di suspense. I suoi
drammatici ipertoni sono bilanciati da timbri taglienti a ritmo veloce,
uno dei principi chiave di composizione dell'album.
Il baccanale tribale di Blackwater si basa su una locomotiva
sincopata di percussioni e tastiere. Lentamente si trasforma in suono
grazie ai potenti glissando delle tastiere. È musica industriale
al quadrato, amalgamata con ritmo jungle e infiammata da combustibile
per propulsori a razzo.
Winter si apre con distorsioni chitarristiche alla maniera di
Hendrix e dissonanze metalliche alla Sonic Youth solo per staccare in un
vortice di rumori galattici e sfumature bebop. Con i suoi nove minuti,
questa è una delle partiture più ambiziose e compiute del
duo, riciclando all'infinito la sua materia magmatica ed oscillando tra
jazz e cacofonia.
More Stuff No One Saw è adagiata su un malinconico tema
per sassofono sopra un pow-wow androide, e poi si espande attorno a
questo. Il crescendo del loop raggiunge proporzioni epiche.
Outerlude assembla abbozzi orchestrali, fantasticherie jazz ed
echi dub.
I fuochi d'artificio armonici di alcuni brani rievocano i primi dischi
dei Soft Machine.
Eyepa ingloba una fanfara da circo distorta e metodicamente la
rielabora in un calderone di macchine con meccanismo ad orologeria.
Toledo destruttura l'easy listening degli anni Sessanta.
Paragonato alle precedenti uscite degli Spring Heel Jack, l'amalgama di
Treader
fluisce con maggiore eleganza e senza incrinature. Quello che di solito
costituiva un mucchio di frammenti è ora un insieme organico.
Smussando i bruschi contrasti, il duo ha trovato un equilibrio quasi
miracoloso di ritmo e melodia, in cui nessuno dei due prevale ed uno
supporta l'altro.
Infine, ma non per questo di secondaria importanza, i due hanno
reinventato il significato della parola "orchestrazione".
L'EP The Sound Of Music (Tugboat, 1999) contiene i remix di due canzoni di Rodgers & Hammerstein. Non c'è bisogno di specificare che dei brani originali resta molto poco.
Rachel Point apre
Disappeared (Thirsty Ear, 2000)
con una batteria che martella
sistematicamente ed una tromba alla maniera di Miles Davis che lambisce
ed avvolge gemiti tastieristici. La calcolata geometria di questo brano
contrasta con l'intensità Wagneriana di Mit Wut, una
distorsione che deforma la mente in contrasto con gli staccato sinfonici
su un ritmo marziale pow-wow, prima interrotta da una dolce
rappresentazione pianistica, poi messa in disparte da un riff di basso
hard-rock ed il tutto che alla fine si libra in aria per mezzo di un
drone d'organo da chiesa, di un disegno pianistico minimalista e di un
drumming insistente. Galina non è meno estrema, per lo
meno segue la strada di conficcare suoni dissonanti a cascata nelle
crepe di
ritmi tribali, risonanti, robotici ed industriali. Questi sono gli
Spring Heel Jack al loro meglio: una potenza furente alla Foetus che
tritura un flusso continuo di detriti sonori. Spesso, le danze sono
condotte da una titanica propulsione di basso (Bane). Il
grottesco e distorto tema per corno ed il ritmo e la sezione ritmica
gigantesca di Wolfing chiudono l'album su una nota umoristica.
Non tutti i brani hanno una costruzione così ardita. Il lato
romantico del duo fa capolino nell'epico crescendo di tromba di
Trouble And Luck e nell'aria orchestrale alla Bacharach della
reggaeggiante To Die A Little. Un tema giocoso, funky e quasi
surf trasforma I Undid Myself in graffito musical post-modernista.
Assistito dalla gloria del jazz-rock John Surman in persona, il duo
sfoga la propria passione per il jazz in due scintillanti interludi che
meritano di essere chiamati concerti da camera. Entrambi cominciano con
note aspre e dissonanze, ma poi si stabilizzano in stati d'animo simili
alla trance, per quanto in maniera molto diversa: Disappeared 1
è un languido e sognante lago formato da un sassofono nevrotico e
da romantici rumori di vibrafono; Disappeared 2 ordisce fanfare
minimaliste di clarinetto e sassofono che suonano come se Anthony
Braxton imbastisse un valzer con Albert Ayler.
Coxon e Wales suonano tutti gli strumenti, e potrebbero facilmente
essere inseriti nell'elenco dei migliori pluristrumentisti dell'anno.
Sembrano avere un infallibile talento per cavare il meglio da qualsiasi
fonte musicale cui mettano mano.
La maniera in cui intrecciano questi suoni spettacolari non è
meno spettacolare, tanto che i due dovrebbero anche essere inseriti
nell'elenco dei più originali compositori di musica moderna.
Il bootleg ufficiale Oddities contiene sei brani inediti che appartengono al lato più sperimentale del duo (Piece for Six Turntables, 2nd Piece for La Monte Young).
Masses (Thirsty Ear, 2001) completa la conversione di Coxon e Wales al jazz d'avanguardia. L'ensamble impegnato nella realizzazione di quest'album è uno dei più sensazionali nella storia del jazz: Matthew Shipp (pianoforte), Evan Parker e Tim Berne (sassofono), Roy Campbell (tromba), Daniel Carter (flauto e sassofono), Ed Coxon (violino), Mat Maneri (viola), William Parker e George Trebar (doppio basso). Non si tratta di un'improvvisazione collettiva, ma di un collage di improvvisazioni dei singoli musicisti su di un tappeto di ghirigori digitali prodotti dal duo Coxon/Wales. Campionamenti, "loop", e rumori improvvisati intercalano le sparse e sommesse note di piano e i distanti gemiti di sassofono nei nove minuti di Chorale. Il perno di Chiaroscuro è invece un assolo di sassofono librato sullo stentoreo scampanellìo del doppio basso e su di un sottofondo fragoroso. Inutile dirlo, i collaboratori tendono a rubarsi la scena e i loro superbi frammenti spesso prevalgono sul contesto creato dai Spring Heel Jack. Il duo riprende il controllo della situazione nella soffice e polverosa Masses, col suo panorama sonoro alla Art Ensamble of Chicago, nel minaccioso affresco di rovine post-nucleari Red Worm e nella cacofonia psichedelico-concreta di Coda. I Spring Heel Jack hanno abbandonato lo stile "drum'n'bass" e stanno ora tentando un nuovo tipo di fusione, tra manipolazioni di studio e improvvisazione.
Con Amassed (Thirsty Ear, 2002) i Spring Heel Jack
raggiungono l'apice del genere da loro stessi inventato.
Con una formazione d'assoluto prim'ordine, che vanta Han
Bennink (batteria), Ed Coxon (violino), John Edwards
(basso), Evan Parker (sassofono), Paul Rutherford
(trombone), Matthew Shipp (pianoforte) and Kenny Wheeler
(tromba), e con l'aggiunta della chitarra "shoegaze" di
Jason Pierce
(Spiritualized),
il duo compone otto mini concerti che si tengono in bilico
tra una serie notevole di stili.
Il punto viene fatto con impeccabile grazia nella lunga
One Hundred Years Before, un pallido affresco di
caos astratto che fluttua come un magma, liberando sottili
sbuffi di melodia da diversi centri di gravità. Il pezzo è
un altro esempio di destrutturazione cubistica e di
fusione, ma in questa operazione c'è un lirismo prima
sconosciuto al duo.
Il brano iniziale, Double Cross, è il vero
manifesto: un ibrido di musica da camera, bebop jazz e
avanguardia dissonante che fa affidamento sulle infinite
sottigliezze dei contrappunti dei musicisti. La virtuale
assenza di ritmo (sporadici battiti vagano in un
lattiginoso spazio quantico) apre spazi illimitati e
lascia l'armonia all'immaginazione. Il modo in cui le
appassionate linee di basso e le cubistiche ballate di
tromba coesistono non è musica, è magia.
L'elemento jazz è più marcato in Amassed, con il
"drumming" frenetico e i fiati incalzanti in stile
soffitta di Soho metà anni '60, arricchiti da un baccanale
cacofonico alla Albert Ayler e da un pianoforte liquido in
stile Weather Report.
Campane funeree e accordi marziali aprono Wormwood.
Un senso di tensione viene creato da note libere che
diventano via via più cupe e sempre più distorte. Gli
strumenti si uniscono in una sinfonia cacofonica, mentre
l'ideologia dell'assurdo coniata dai
Pere
Ubu in Art Of Walking sposa lo stile più
notturno di
Jimi
Hendrix.
La ricerca di ordine è un tema ricorrente. Gli Spring Heel
Jack insistono nel cercare la via più ardita e contorta,
come nel balletto surreale di Duel, dove la
struttura si erge dal fuoco primordiale del sassofono,
attraverso la ripetizione minimalistica del pianoforte e
la batteria apocalittica. La geometrica improvvisazione di
sassofono su di un letto di distorsioni chitarristiche in
Maroc ricorda lo stile di un Anthony Braxton più
giovane e freddo. L'affinamento di quello stile giunge al
suo culmine in Lit, dove la tromba intona un tenero
salmo su di una maestosa melodia d'organo, della
musique-concrete e un commovente motivo di pianoforte, un
intreccio sonoro post-psichedelico che più o meno richiama
i Pink
Floyd di Atom Heart Mother e costituisce il
nocciolo poetico dell'album.
L'affascinante Obscured è una summa di tutte le
tecniche, gli stili e le idee profuse nei precedenti sette
brani, con l'aggiunta di un elemento rock e soul che gli
conferisce una certa "mondanità". Bordate d'organo soul
insistono su di un battito "jungle" (uno schema ritmico
che continua costantemente per nove minuti) mentre gli
strumenti si avvicendano gemendo la loro gioiosa
disperazione, ne scaturisce così uno dei più esilaranti
baccanali che il jazz moderno possa offrire.
Live (Thirsty Ear, 2003), registrato con Bennink, Evan e William Parker, Shipp e Pierce (aka J Spaceman), è un lavoro davvero geniale. Diviso in due brani (di 36 e 39 minuti), esplora un vasto panorama di stati d'animo, colori e stili. L'umore si evolve dal rumoroso, denso, caotico e fragoroso al rarefatto, melodico, romantico ed elegiaco; e poi ancora dal glaciale, geometrico e androide al caldo, ruvido, ribollente, quasi sinfonico, massiccio e caleidoscopico. Il gorgo ipnotico di corni dissonanti, solenni note di pianoforte e raffiche in sottofondo che si levano alla metà del secondo brano evocano i momenti più eroici e funerei di Rock Bottom, il capolavoro di Robert Wyatt.
Aumentando la componente jazz, gli Spring Heel Jack mettono insieme Leo Smith (tromba), Evan Parker (sassofono), John Edwards (basso) e Mark Sanders (batteria) per The Sweetness of the Water (Thirsty Ear, 2004).
Smith intona l'inno dolente Track Four (il titolo della prima traccia) su ritmica sconnessa e rumori subliminali e l'altra malinconica meditazione Track One (la quinta traccia) su ipnotici colpi metallici. Alcune collaborazioni sembrano sembrano peccare di coesione e nerbo: Quintet è un moderato caos di melodie frammentate, Track Two è un esercizio di jamming appena schizzato. La distorta melodia di organo di Lata, che si avvolge su se stessa un'infinità di volte, è contemporaneamente la traccia più semplice e la vetta toccante dell'album. Fa concorrenza a quest'ultima Autumn, per lo più un duetto tra suoni elettronici e tromba romantica che, alla fine, diventa un vero dramma.
Nel corso degli anni gli Spring Heel Jack sono stati impegnati in numerose collaborazioni con musicisti jazz: con il sassofonista Evan Parker e il percussionista Mark Sanders su Sanders' Trio With Interludes (2004), con il sassofonista John Tchicai sul suo With Strings (maggio 2005), con il percussionista Han Bennink per il suo Amplified Trio (registrato nel 2006), ecc.
Songs and Themes (2007) dei Spring Heel Jack è una versione leggera e frammentata della loro freejazztronica, una collaborazione con il trombettista Roy Campbell, il sassofonista John Tchicai, il bassista John Edwards e il batterista Tony Marsh (e contributi occasionali del chitarrista degli Spiritualized Jason Pierce, del vibrafonista Orphy Robinson, dei batteristi Rupert Clervaux e Mark Sanders).
Nel 2009 Alexis Taylor degli Hot Chip (alla voce, piano elettrico, basso, sintetizzatore e chitarra elettrica), il batterista Charles Hayward dei This Heat, John Coxon degli Spring Heel Jack e il tastierista Pat Thomas hanno formato gli About Group e registrato About (luglio 2009) e Start And Complete (2011), interamente composto da Taylor.
Matthew Shipp all'organo Farfisa, John Coxon di J Spaceman e gli Spring Heel Jack alle chitarre elettriche, con Steve Noble alla batteria, formarono un quartetto che debuttò con il pezzo di 38 minuti di Black Music Disaster (febbraio 2010 - Thirst Ear, 2012).
John Coxon dei Spring Heel Jack, Evan Parker (sax tenore) ed Eddie Prevost (batteria e piatti) hanno registrato l'improvvisazione dal vivo di 55 minuti di Cinema (marzo 2008).
Hackney Road (ottobre 2016 - Treader, 2018) documenta John Coxon (chitarre, kalimba, armonica, pianoforte e campioni) e Ashley Wales (campioni, loop, elettronica) che suonano jazz con il grande Ishmael Wadada Leo Smith (tromba), Steve Noble (batteria) e Pat Thomas (pianoforte e sintetizzatore).
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