- Dalla pagina sugli Avenged Sevenfold di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Giuseppe Leone, modificato da Stefano Iardella)

Gli Avenged Sevenfold portarono la vecchia scuola del gothic rock di Los Angeles nel nuovo millennio.

Dopo aver debuttato con l'EP Warmness on the Soul (Goodlife), mostrarono un'estetica con molte sfaccettature sull'album Sounding The Seven Trumpet (Goodlife, 2001) colmando soprattutto il vuoto fra il gothic rock e il metal-core.

Waking The Fallen (Hopeless, 2003), che include l'anthem Unholy Confessions, dava rilievo all'elemento melodico senza abbandonare quella forza di immaginazione che rendeva molti brani tanto brutali quanto imprevedibili. Guns 'N' Roses, Iron Maiden e Queen coesistevano sullo stesso album e, per di più, sembravano visioni diverse dello stesso monolite.

City Of Evil (Warner, 2005) raffinò ancor di più la loro fusione di emo, pop, gothic rock e metal-core, facendo leva in gran parte sulla forza di una visione matura del proprio stile. Ora suonano sapendo cosa/come suonano, consapevoli di ciò che li rende caratteristici. Anche se meno spontaneo il sound risulta più personale.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Avenged Sevenfold (Warner Bros, 2007) fu, d'altra parte, una parata stilistica caotica che fruttò pochi pezzi degni di nota.

Il batterista degli Avenged Sevenfold, James "The Rev" Sullivan, è morto nel 2009 all'età di 28 anni, ed è stato sostituito da Mike Portnoy dei Dream Theater su Nightmare (Warner Bros, 2010), un album che sembrava improvvisato da un gruppo di ragazzi delle scuole superiori.

Sembravano persino una cover band su Hail to the King (Warner Bros, 2013), copiando Metallica (This Means War), Iron Maiden (Coming Home), Led Zeppelin (Requiem), Pink Floyd (Acid Rain) e Guns 'N' Roses (Doing Time, Crimson Day).

Hanno virato verso il prog-metal orchestrale sul vasto The Stage (Capitol, 2016), che include alcune delle loro canzoni più impressionanti (God Damn, il brano di apertura di otto minuti The Stage e soprattutto il lungo pezzo di chiusura, Exist), accanto alle consuete imitazioni grunge e metal (Angels e soprattutto Creating God).

Arrivato dopo una pausa di sette anni, Life Is But a Dream... (Warner, 2023) è una bestia strana, che abbraccia svariati generi in un unico album: Game Over e Nobody si rifanno al rock operistico dei Queen, Cosmic è una (parodistica?) power-ballad, Easier evoca il grunge dei Pearl Jam, G è una canzoncina in stile Frank Zappa, l'orecchiabile (O)rdinary approfondisce il synth-funk autotuned e (D)eath è un canto funebre orchestrale easy listening. Tra tutte queste canzoni non ortodosse, quella più non ortodossa è We Love You, che se non è scherzo è un nuovo punto basso della loro carriera.


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