- Dalla pagina sui Black Keys di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
I Black Kyes sono un duo dell'Ohio costituito dal cantante/chitarrista Dan Auerbach (influenzato da Howling Wolf) e dal batterista Patrick Carney. Nel 2001 formarono una garage-band in miniatura che suona un blues-rock viscerale. Il sound di The Big Come Up (Alive, 2002) era ancora molto simile all'originale, ma quello più ruvido e veloce di Thickfreakness (Fat Possum 2003) intendeva ricalcare lo stile tradizionalista dei White stripes (Midnight in your eyes, Set You Free).
Rubber Factory (Fat Possum 2004) è un po' più patinato e più variegato, ma è sostanzialmente derivativo dai precedenti album (The Lengths, 10 A.M. Automatic, When the Lights Go Out).
L'EP Chulahoma (2006) contiene sei covers di Junior Kimbrough.
Magic Potion (Nonesuch, 2006) è elegante ma ridondante, tale e quale il blues-rock Led Zeppellin-iano
Attack & Release (Nonesuch, 2008), a oggi l'album meglio arrangiato (in collaborazione con Danger Mouse) e il primo a distanziarsi dal paradigma blues-rock, include ogni genere: dal garage-rock di I Got Mine e di Remember When - Side B, alla scoppiettante Psychotic Girl, alla struggente ballata country di Things Ain't Like They Used To Be, sparpagliando lungo la strada talmente tante degne sfumature da poter compilare un'enciclopedia di garbato roots-rock (Same Old Thing, Lies, Remember When - Side A).
Il
cantante/chitarrista dei Black Keys, Dan Auerbach, ha debuttato come solista
con Keep It Hid (Nonesuch, 2009),
album forse migliore di qualsiasi altro pubblicato dal duo unito. Le sue
semplici e primitive composizioni funzionano soprattutto quando evita i cliché
dei Black Keys, come nel commovente gospel TroubleWeights
a Ton, nella serenata in stile Van Morrison When the Night Comes (per lo più aritmica, dotata unicamente di chitarra
acustica e di un lontano brusio di tastiera), nella marziale ballata soul Whispered Words, nell'orecchiabile coro Real Desire (reminiscenza dei The Band).
Il metodo risulta fallace quando Auerbach osa troppo nel tentativo di
conquistare un pubblico di massa con l'inno operaio My Last Mistake, un ibrido tra Creedence Clearwater Revival e
Bruce Springsteen. L'influenza dei Black Keys non può essere scrollata di dosso
dal blues melodico caraibiano I Want Some
More, la parabola vaudeville di Mean
Monsoon, il boogie in stile Bo Diddley StreetWalkin'
e lo strascichio post-Rolling Stones dell'ipnotico vibrato di chitarra in Heartbroken, in Disrepair, due delle migliori registrazioni blues da molto tempo a quella parte. Benché il talento sia
innegabile, l'onestà manifesta e le melodie quasi tutte memorabili, l'album
lascia l'impressione di un insufficiente impegno in fase di produzione e
performance, rievocando il lato naïf degli anni '60, anche se probabilmente
doveva essere inteso come premeditato; ma allora forse era proprio quello il
punto della questione. Comunque, le ultime sei canzoni dell'album sono ben inferiori a quelle della prima metà.
Blakroc (2009) è una collaborazione di scarsa ispirazione tra i Black Keys e un gruppo di rapper (tra cui Mos Def).
Il batterista Patrick Carney dei Black Keys ha dato vita ai Drummer con batteristi di altre band. Il loro debutto è avvenuto con FeelGoodTogether (2009).
Il
molto più banale Brothers (Nonesuch,
2010) li ha resi celebri grazie a "portate" più leggere, come il falsetto
soul-pop alla Prince di Everlasting Light
e specialmente Too Afraid To LoveYou,
una sorta di inno gospel agonizzante marcato da un clavicembalo
baroccheggiante. I'm Not The One
presenta anche l'uso di un mellotron che rimanda ai Moody Blues. Ci sono
momenti di sottile eleganza, come quando una chitarra "western" e un organo gospel
s'incrociano in Tighten Up (un'altra
collaborazione con Danger Mouse).
Sono riscontrabili anche occasionali
esplosioni di violenza: i riff incandescenti di Next Girl, eco dell'hard rock inglese vecchia scuola (come i Free et
similia), e She's Long Gone.
Tuttavia l'album si abbandona troppo spesso a languide litanie che ne
sminuiscono la qualità. Il blues stereotipato del riff di Howlin' For You è troppo povero perché rinforzi i Black Keys in
qualità di garage-rockers.
È un tour schizofrenico nel background musicale
della coppia, che non sa decidersi tra il "selvaggio" e il "civilizzato". Alla
fine, vi sono due album in uno, e nessuno dei due fa passi da gigante...
Allo stesso tempo, la sezione ritmica conferisce una oscurità voodoo alla maggior parte delle canzoni, e questa è l'unica caratteristica incoraggiante.
Nel 2010, si ritrasferirono a Nashville.
Il vibrante garage-rock di El Camino (2011) ritrattò il sentimentalismo
di Brothers (e meno male). A eccezione dell'acustica Little Black
Submarines, le canzoni mostrano un impeto violento che funziona particolarmente
bene in Lonely Boy (il pezzo migliore) e in Gold on the Ceiling, e che
in Money Maker ed Hell of a Season evoca l'ormai lontana party music degli anni '60.
Turn Blue (2014), ancora con Danger Mouse, include la ballata soul psichedelica Weight of Love (con echi degli ultimi Pink Floyd), una delle loro migliori ballate, ma anche lo spudorato synth-pop ballabile di Fever. In Gotta Get Away (lo standout) sembra che Tom Petty faccia da frontman alla batteria dei Rolling Stones, a metà strada tra il folk-rock e il blues-rock, mentre Bullet in the Brain sembra una cover di Child in Time dei Deep Purple, cantata dai Rush.
Let's Rock (2019)
continuò il tributo al guitar-rock degli anni '60, concentrandosi però
questa volta sulla fase rilassata del pop-rock. Quindi abbiamo la power-ballad Shine a little Light e il mix
country-rock Sit Around and Miss You (reminiscente di Stuck in the
Middle With You degli Stealers Wheel), l'elegia soul-rock Tell Me Lies,
ecc.
L'unica eccezione notevole è Get Yourself Together, un leggero gospel-boogie
alla Doobie Brothers.
Il decimo album dei Black Keys, Delta Kream (2021), era una raccolta di cover blues.
Il loro undicesimo album, Dropout Boogie (2022), è dedicato a un diligente revival del blues-rock degli anni '60. Ci sono boogie con ritornelli orecchiabili come Baby I'm Coming Home che suonano come un tributo ai Free. C'è la canzone tribale, alla Willie Dixon, Your Team Is Looking Good, e Burn the Damn Thing Down suona come una canzone presa da Exile on Main Street dei Rolling Stones.
La cosa migliore è forse l'accostamento tra ritmo zoppicante e canto soul di For the Love of Money. Se l'album fosse stato un EP con solo queste quattro canzoni, sarebbe stata una delizia per gli amanti della musica blues.
Purtroppo tutto il resto è difficilmente degno di essere ricordato.
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